Giorgio Ficara Eleganti sprezzature

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Alberto Arbasino e Carlo Emilio Gadda

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Il Sole 24 Ore – Domenica 22 giugno 2014

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«Ritratti» di uno dei maestri della prosa italiana sono anche una lezione di stile: brevità dove altri costruirebbero sistemi

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di Giorgio Ficara

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Ritratti italiani, che contiene tutti i babillages, le cantilene, le facezie irrefrenabili del miglior Arbasino, è tuttavia un libro addirittura severo e critico nel senso primo del discernimento e dell’orientamento in una letteratura-letteratura (italiana: da D’Annunzio a Tondelli) oggi quasi priva di istituti e addirittura d’una lingua (letteraria) di riferimento.

Se Gianni Agnelli, dotato dell’allure di «un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché produca automobili non molto chic», merita l’attenzione, o la distrazione, del chroniqueur (à la Capote), Gadda e Longhi e Praz e Palazzeschi meritano l’estrema e insistente cura stilistica d’un autore che non ammette né denota alcuna discontinuità rispetto al loro stile. Chi creda che la letteratura italiana sia noiosa o morta, legga le chiose e le postille creative al Parini al Lemene al Rolli al Pepoli e al Mascheroni, in calce all’Anonimo lombardo; o legga questi Ritratti italiani la cui materia linguistica è pressoché incandescente.

Ma come lavora il critico e il saggista Arbasino? Che strumenti usa? Che tono usa? La buona educazione, che il maestro Mario Praz fissava addirittura come unico criterio di lettura dei testi, è la stessa che da Sessanta posizioni a oggi ispira Arbasino: dare la parola, più che prenderla e tenersela stretta, gli pare la via brevis alla pura e perfetta intellezione, come, sul piano morale, «non mostrare la propria anima alla folla» (Montaigne) equivale propriamente a non perderla: «Il lutto si porta dentro e non fuori», scrive qui in una pagina molto sommessa e stoica.

D’altra parte, lo stile saggistico-critico di Arbasino consiste nella sprezzatura. Stringere l’intuizione in un capoverso, regalare signorilmente in una pagina idee che per un altro sarebbero tediosamente “sistemi” in un libro, è tutto ciò che in questo scrittore sembra frutto del caso, ed è al contrario il frutto maturo di una stretta economia. «Non so se altri abbia già osservato -scrive- come sono “organizzate” le storie di Palazzeschi: esattamente come l’apertura del Bouvard et Pécuchet, l’entrata-presentazione di due compari fintamente gaglioffi su una scena vuota e pronta per una clowneria che pare disposta a esaurirsi in due battute, e porta invece incredibilmente lontano». Che cosa mai avrebbe esteso e protratto su un’idea simile, posto che l’avesse avuta, un volonteroso accademico? Continua a leggere