Roberto Galaverni Il movimento della chiave nella serratura

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Emilio Rentocchini

Corriere della Sera – la Lettura 27 luglio 2014

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Il movimento della chiave nella serratura

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Rentocchini, la poesia del pensiero. «Stanze di confine» raccoglie 80 ottave: l’opera nel dialetto di Sassuolo di un autore che quanto più parla di sé, tanto più parla della vita. Emilio Rentocchini Stanze di confine edizioni Il Fiorino con una nota di Paolo Donini pagine 96, € 7

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Roberto Galaverni

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Sono trascorsi quasi quindici anni da quando sul «Corriere della Se­ra» Giovanni Giudici dedicò un elzeviro a Ottave, la raccolta di 133 stanze, o appunto ottave, scritte in dialetto sassolese da Emilio Rentocchini. Uscito nel 2001 per Garzanti, quel libro ri­prendeva un lavoro che veniva in realtà da dietro, da un retroterra di pubblicazioni quasi alla macchia, presso piccoli o picco­lissimi editori del territorio modenese. Passato poi attraverso l’editoria cosiddetta maggiore — Garzanti, come detto, quindi Donzelli — quel lunghissimo, oneroso, esaltante rosario di ottave, chiude adesso il proprio periplo tornando là da dove era partito. L’ultima tappa del viaggio, Stanze di confine, infatti, viene affidata ancora una volta alle mani di un piccolo editore, Il Fiorino di Modena.

Disinteresse, snobismo, provocazione? Niente di questo. Piuttosto, il desiderio di essere fedele a ciò che si è e, insie­me, al momento par­ticolare. Qualcosa, insomma, che sta tra decisione e saggezza, tra «voglio così» e «lascia che sia». È proprio questo, del re­sto, il più importante insegnamento, se pure così si può chiamare, che Rentocchini attraverso le sue ottave sembra avere indi­cato agli altri e anzitutto a se stesso: la comprensione reattiva, cioè desiderosa di ricadere sulla vita, della fatalità delle cose.

Va detto allora che il grande libro di tut­te le stanze di Rentocchini — che a questo punto aspetta solo di essere ricomposto e a sua volta pubblicato (Il Libro delle ottave, lo  si potrebbe intitolare provvisoriamente) rappresenta uno dei risultati più impor­tanti della nostra poesia degli ultimi de­cenni: la vicenda di un uomo che quanto più sembra parlare di se stesso e per se stesso, tanto più, come accade in ogni can­zoniere che si rispetti, parla in nome degli altri e della loro vita. Tutto in queste ottave, anche i riferimenti autobiografici più di­retti, viene costantemente traguardato a un livello di conoscenza più alto e assolu­to, che riguarda il senso dell’esistenza tutta e l’assetto delle cose in quanto tale. Scru­tando la propria terra grammo a grammo come custodisse il codice di una costella­zione celeste, lì dove la pianura emiliana comincia a diventare collina, tra i grandi capannoni delle ceramiche della sua Sas­suolo e vecchi campi e fossi e boschetti or­mai quasi soltanto sognati, tra incontri, ri­cordi, constatazioni, giorni di routine e giorni d’amore, promesse e sconfessioni, invettive e preghiere, l’uomo che parla in queste poesie sta cercando il punto esatto l’inarrivabile punto d’equilibrio o di ri­conoscimento reciproco che può avere sol­tanto il nome di perfezione — in cui il de­stino potrebbe coincidere con la libertà, la giustizia delle cose con l’amore e la gioia. Niente di meno. Continua a leggere

Walter Siti Pier Paolo Pasolini Supplica a mia madre

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Pier Paolo Pasolini e la madre, 1925

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la Repubblica 9 febbraio 2014

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Pier Paolo Pasolini
Supplica a mia madre
da Poesia in forma di rosa

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E’ difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

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Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

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Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

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Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

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E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

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Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

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ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

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Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

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Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

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Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

1962

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Alfonso Berardinelli Poetessa del sorriso. Wisława Szymborska

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Il Sole 24Ore – Domenica 9 febbraio 2014

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Poetessa del sorriso

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Wisława Szymborska. Nella sua apparente leggerezza c’è un’instancabile e passionale tenacia che ha la funzione fondamentale, igienica, di disintossicare da idee generali, idoli e miti

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di Alfonso Berardinelli

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Prima che ricevesse il Nobel, quando ancora non sapevo che Wisława Szymborska esisteva nella realtà, sentivo il bisogno di inventarla. Prima di leggere la sua poesia, credo di averla immaginata e sognata. Mi ero convinto, ancora confusamente, che il suo era un modo di scrivere poesie di cui in Italia avevamo bisogno. Non voglio dire con questo che non ci fossero da noi buoni e ottimi poeti. Avevamo senza dubbio una tradizione novecentesca che si era conclusa, o esaurita, con gli ultimi libri di Montale; con i caotici, improvvisati poemetti e poesie giornalistiche di Pasolini; con il manierismo virgiliano-lacaniano di Zanzotto; con la teologia negativa in epigrammi aforistici di Giorgio Caproni; con la polimorfica, satirico-patetica «vita in versi» di Giovanni Giudici. Si potrebbero aggiungere altri nomi: anzitutto Sandro Penna e Amelia Rosselli, molto amati, se non imitati, dagli anni Ottanta in poi.

Ma dopo? L’interruzione di continuità è stata evidente. Almeno a partire dalla mia generazione, entrata in scena intorno al 1975» si ricominciava più o meno da zero, dopo aver dato la poesia per finita. È quando all’improvviso la vitalità della poesia è stata riscoperta e continuamente riaffermata (anche con troppa fede, una fede sospetta) ci si è accorti che i poeti erano diventati veramente troppi. C’era dunque di che sognare, e io sognavo una poesia che somigliasse almeno un po’ a quella della Szymborska. So bene che augurarsi un particolare tipo di poesia è un peccato contro la natura dell’invenzione artistica, che è e deve restare imprevedibile. Sono nemico delle poetiche programmatiche. I programmi sono quasi sempre attraenti per definizione, ma il giudizio deve riguardare i fatti, i risultati, non le intenzioni. Cercherò tuttavia di spiegare perché il mio sogno della Szymborska nasceva, come tutti i sogni, per compensare i difetti di una certa realtà.

Qualunque lettore può notare nelle poesie della Szymborska una serie di caratteristiche che, messe insieme, la rendono inconfondibile. Ne elenco alcune: immaginazione sfrenata e occasioni di vita quotidiana; inclinazione umoristica e perfino comica; giochi di parole mai separati da giochi di idee e immagini; una dialettica della composizione che fa incontrare gli opposti e mette l’identico in contraddizione con se stesso; ironia e pathos che nascono l’uno dall’altro; estro e audacia intellettuali che coincidono con la perizia tecnica. Quasi tutte queste cose mancavano nella poesia italiana, o erano isolate l’una dall’altra e quindi non si rafforzavano a vicenda, restando spesso una semplice aspirazione. Abbiamo avuto per esempio un paio di poeti capaci di esibire uno stile di pensiero, senza che avessero davvero un pensiero a giustificare quella forma.

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Walter Siti L’onestà di Mandel’stam che rende effimera la Rivoluzione

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Osip Emil’evič Mandel’štam

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la Repubblica 2 febbraio 2014

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Walter Siti L’onestà di Mandel’stam che rende effimera la Rivoluzione

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Osip Mandel’stam
da Poesie

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Mi lavavo di notte nel cortile;
il firmamento splendeva di rozze stelle.
Il loro raggio – è sale sulla scure,
la botte, colma fino all’orlo, gela.
Il portone è chiuso a chiave,
la terra è severa secondo coscienza.
Non troverai trama di verità più pura
che in una tela fresca di bucato.
Nella botte si scioglie, come sale, una stella
e l’acqua gelata è più nera,
più pulita la morte, più salata
la sventura, più sincera e terribile la terra

1921

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L’AUTORE

Osip Emil’evic Mandel’stam (1891-1938) è stato un poeta russo. Nel 1934 viene arrestato per aver scritto versi contro Stalin. Morirà in un gulag sovietico

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Mandel’stam parla spesso del cielo, soprattutto del cielo notturno; ne parla come di uno spazio vuoto, gelido, con la purezza del nero. Niente consolazioni romantiche: il cielo è distanza siderale, nuda incomunicabilità. Che però è anche libertà, se quaggiù in terra la comunicazione diventa ipocrisia, ottusità, violenza. Il cielo è un’unità di misura esorbitante rispetto alla storia. Le stelle sono indicatori di direzione (come le frecce nei quadri di Paul Klee) verso una disciplina e una geometria eterne, impersonali, segni di una Legge superiore. Le stelle emettono il loro messaggio e l’uomo-poeta è come una conchiglia che lo raccoglie; una conchiglia sonora capace di riprodurre almeno in parte, azzardando l’insensatezza, la densità indecifrabile del cielo. «Per la beata parola senza senso», scrive, «io pregherò nella notte sovietica». Che ci fa un tipo così in mezzo alla Rivoluzione?

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Walter Siti La malinconia dell’infinito nella ninnananna di Tasso

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la Repubblica domenica 26 gennaio 2014

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La malinconia dell’infinito nella ninnananna di Tasso

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Walter Siti

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L’AUTORE

Torquato Tasso (1544-1595)

Autore  della Gerusalemme liberata (ultimata nel 1575) è stato uno dei più grandi poeti italiani del Cinquecento

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Torquato Tasso

(componimento 324 delle Rime)

(1580-‘86)

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Qual rugiada o qual pianto

quai lagrime eran quelle

che sparger vidi dal notturno manto

e dal candido volto de le stelle ?

E perché seminò la bianca luna

di cristalline stille un puro nembo

al’erba fresca in grembo?

Perché nel’aria bruna

s’udian, quasi dolendo, intorno intorno

gir l’aure insino al giorno ?

Fur segni forse de la tua partita,

vita de la mia vita?

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Non so se questo madrigale di Tasso sia mai stato messo in musica: sembrerebbe fatto apposta e comunque non importa, perché la musica se lo porta dietro. Il madrigale cinquecentesco è un componimento breve di endecasillabi e settenari liberamente disposti, senza divisioni strofiche. Ma qui la libertà è solo apparente: i dodici versi sono in realtà divisi, dal punto di vista della rima, in tre quartine -nella prima le rime sono alternate, nella seconda sono incrociate, nella terza baciate. Come in un campionario. Nella prima quartina i due settenari precedono gli endecasillabi, nella seconda è l’inverso, come se fossero riflessi in uno specchio; nella terza endecasillabi e settenari si cedono reciprocamente il passo. La sintassi gioca a rimpiattino con la metrica, perché le frasi sono quattro e le quartine tre; l’ottavo verso è in bilico, come rima appartiene a ciò che lo precede mentre come senso appartiene a ciò che segue. Il delicato rapporto di equilibri e squilibri si manifesta anche tra il secondo e il terzo verso, dove un nesso banale come «quelle che» è spezzato dal ritmo, e un pronome senza dignità si ritrova a rimare addirittura con le stelle. Esitazioni appena accennate e canto spiegato, pause sapientissime e mai identiche, come un respiro che prima si trattiene e poi si distende – rilanciato dalle ripetizioni («qual.. .qual.. .quai», «e perché…perché», «intorno intorno»), incantato dalle allitterazioni («stelle…cristalline stille», «s’udian…dolendo», «fur segni forse»), fino al settenario finale che è specchio di se stesso e suprema dichiarazione, «vita de la mia vita». 

Artigianato strepitoso per un argomento esilissimo, il semplice lamento per la «partita», cioè la partenza, della donna amata. Tutta la natura la piange: le rugiade notturne erano lacrime e i venti si aggiravano gemendo. Non c’è nient’altro, si riassume in 140 caratteri e ne avanzano pure.

Dunque aveva ragione Francesco De Sanctis a parlarne male nella sua Storia della letteratura, il Tasso lirico è molto fumo e poco arrosto? Era un poeta di corte, scriveva testi su commissione: era capace di commuoversi per la donna di un altro, non sappiamo nemmeno se questa sia davvero la sua donna. Aveva imparato le tecniche da Petrarca, ma anche dai petrarchisti più vicini a lui e da quelli lontani, spagnoli e portoghesi: il petrarchismo era diventato un passatempo di società, si faceva a gara a chi inventava la metafora più acuta, l’accostamento più sorprendente. La rugiada equivale alle lacrime della notte ma anche alle gocce di cristallo seminate dalla luna, in una competizione tra stelle e stille (“stille” che forse, per alcuni filologi, si dovrebbero leggere come “stelle” terrestri, contrapposte alle celesti), tra bianco e candido -dentro l’aria circolano le aure (o le Laure). Melodia quasi senza contenuto, vacuo sentimentalismo come sarà poi in tante canzonette napoletane? Tasso era pur sempre di Sorrento…

Ma c’è Leopardi. Leopardi sarebbe inconcepibile senza la musica della lirica tassiana, tanto l’ ha saccheggiata e fatta propria. Leopardi era uno serio, di lui ci possiamo fidare: non si sarebbe fatto ingannare da una musica solo di superficie, la profondità ci dev’essere. Dov’è? Comincerei col dire che questa non è una poesia d’amore. È un paesaggio interiore, un’estroflessione di malinconia. La malinconia, diceva Freud, è il lutto per una perdita mai subita. Non importa se la donna sia sua, né dove sia andata; è Tasso che ha perso se stesso. «Vita de la mia vita» l’aveva già usato in una poesiola-omaggio di tipo pastorale: ma qui diventa davvero il nucleo più segreto di sé, l’individualità messa a rischio. Avete mai visto una poesia fatta solo di domande? E non sono forse i bambini quelli che chiedono continuamente “perché, perché”? La notte è una grande madre, nella cui buia cavità l’anima di Tasso si rifugia a piangere torti immaginari. Si autocommisera. C’è una lirica (quella sì d’amore, anzi di masochismo) in cui rivolgendosi alla donna dice «mentre soffro per voi avverto il piacere che vi procura la mia sofferenza e allora muoio anch’io di piacere». Solo nella rinuncia c’è la soddisfazione. La notte è descritta come la tradizione descriveva la donna: il candore, il manto, il grembo, l’erba, la frescura, l’aura – l’eros è recuperato ma dissolto nella natura, smaterializzato e negato.

La conoscenza approfondita di una tradizione, se chi la maneggia è bravo, può permettere di nasconderci dentro quel che non si sa di dover dire. Tasso ha avuto una vita disgraziata, sballottato di qua e di là quand’era piccolo, sempre in preda a pulsioni bipolari, vittima di deliri di persecuzione e sociopatie fino a essere rinchiuso come pazzo, o quasi. E vissuto in un periodo storico di grande incertezza per l’Italia, tra crisi economica e dominio spagnolo, in una Ferrara dove la riforma protestante aveva messo in subbuglio le coscienze più sensibili: finito il Rinascimento e prima che arrivasse la rifondazione scientifica seicentesca, sentiva la realtà materiale attraversata da brividi di dubbio – il confine tra interno ed esterno si assottigliava. Ha patito sul proprio corpo i primordi della nevrosi contemporanea, quella che ora si direbbe dissoluzione dell’io: quando progettava in grande poteva alzare delle dighe ma qui, in un madrigale da nulla, la malinconia dell’infinito sale alla gola, come una disperata e fatua ninnananna.

Alfonso Berardinelli Le poesie di Luzi e la riflessione morale che forse ha bisogno di prosa

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Tullio Pericoli Mario Luzi

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il Foglio 23 gennaio 2014

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 Le poesie di Luzi e la riflessione morale che forse ha bisogno di prosa

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Alfonso Berardinelli

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Si commemorano quest’anno i cento anni dalla nascita di Mario Luzi, morto nel 2005. E’ stato il più precoce, dotato, produttivo e colto dei poeti ermetici che ebbero come maestri Ungaretti, Campana, Mallarmé, Novalis. Negli ultimi tre decenni della sua vita e soprattutto, mi sembra, da quando cominciò ad aspettarsi il premio Nobel (che invece fu assegnato a Dario Fo) Luzi diventò ancora più prolifico, si investì del ruolo di “grande poeta”. Dopo il suo libro migliore, “Nel magma”, uscito nel 1963, la “verticalità” del suo stile e il suo esistenzialismo spiritualistico lo hanno spinto sempre più verso un poeticismo quasi involontariamente enfatico, dilatato, cosmologico, che aveva origine nella sua formazione tardosimbolista.

Leggendo l’articolo che domenica scorsa Carlo Ossola ha dedicato a Luzi sottolineandone il carattere di poeta morale e civile, mi sono venute in mente le mie precedenti impressioni. Se si escludono alcune zone della sua opera, Luzi tende a pensare troppo in grande, in generale e al cospetto dell’assoluto per essere un poeta propriamente morale e civile. Il fatto che come uomo e cittadino abbia sofferto per la situazione italiana, non significa che fosse capace di esprimere in poesia questa sofferenza, come hanno saputo fare, con un linguaggio più sobrio, i suoi coetanei Vittorio Sereni e Giorgio Caproni. Basterebbero le citazioni fatte da Ossola per capire che la sensibilità di Luzi si perde, o meglio vuole ingrandirsi e sublimarsi, in una nebbia di entità indeterminate, in un labirinto di allusioni e metafore che risultano nobilmente retoriche. Parla di “forza interiore” necessaria all’uomo, dice che “il volto della verità è stato offeso: per errore per ignoranza per inerzia per viltà” (la mancanza di virgole, più che esprimere un crescendo di esasperazione, aggiunge enfasi e toglie concretezza). Parla di “una vita formale, eterna” (su vita, forma ed eternità si potrebbe, o dovrebbe, costruire un’intera filosofia, mentre qui si capisce appena l’accostamento). Esorta i lettori e l’umanità intera: “Trasformatevi dolorosamente / nella vostra incipiente divinità” (suggestiva allusione a un’etica teologica da precisare).

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Walter Siti La poesia del mondo

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la Repubblica

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Walter Siti La poesia del mondo

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sabato 4 gennaio 2014

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La poesia del mondo. Viaggio lungo un anno insieme alle nude parole. Da domani su “Repubblica” ogni domenica Walter Siti rileggerà un classico da Petrarca a Neruda, da Shakespeare a Pessoa e Trakl. Per raccontare una lotta, tra anima, rime e metrica, ancora cruciale

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domenica 5 gennaio 2014

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Noi come Petrarca cerchiamo Laura disperatamente

Francesco Petrarca
Sonetto 272
dei Rerum vulgarium fragmenta
La vita fugge e non s’arresta un’ora,
e la morte vien dietro a gran giornate,
e le cose presenti e le passate
mi danno guerra, e le future ancora;
e il rimembrare e l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sì che in veritate,
se non ch’io ho di me stesso pietate,
io sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe il cor tristo; e poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;
veggio fortuna in porto, e stanco omai
il mio nocchiero, e rotte àrbore e sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
1353-’56

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