Cristiano De Majo Guarigione

guarigrande

 

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Cristiano De Majo Guarigione Ponte alle Grazie

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Fahrenheit Libro del giorno 24/10/2014

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rai radio 3

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Sergio Pent I gemelli inaspettati nella Napoli inguaribile. L’autofiction di Cristiano De Majo

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la stampa – tuttolibri 29 novembre 2014

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Nadia Terranova Prima persona maschile

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il sole 24 ore 2 ottobre 2014

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Stefania Vitulli «Il mio libro d’amore è stato un sacrilegio». Cristiano De Majo. In «Guarigione» l’autore napoletano racconta con durezza il mestiere di genitore e la lotta contro dolore e morte. «È la mia storia, scritta per creare un legame forte col lettore. Ma senza morbosità»

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il giornale 21 novembre 2014 Continua a leggere

Nicola Lagioia La ferocia

Lagioia la ferocia

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Nicola Lagioia La ferocia Einaudi

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leggi un estratto:libro-t11433

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Fahrenheit Libro del giorno del 29/09/2014

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rai radio 3

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Evelina Santangelo «La ferocia» di Nicola Lagioia

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einaudi 11 dicembre 2014

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Lorenzo Marchese Nicola Lagioia La ferocia

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l’indice dicembre 2014

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Silvia Costantino, Chiara Impellizzeri, Marco Mongelli, Camilla Panichi L’epopea borghese travestita da noir. Su La ferocia di Nicola Lagioia

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Andrea Cirolla Il controllo meditato della ferocia. Giallo per alcuni, per altri noir, ma pure un «fenomeno» di cui «anche la televisione si è accorta». Insomma un romanzo, che in due mesi e qualche…

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doppiozero

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Antonio Prudenzano Lagioia a nudo: “Ho scritto ‘La ferocia’ come fosse una questione di vita o di morte”

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il libraio

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Luca Illetterati La ferocia di Nicola Lagioia

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le parole e le cose

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Domenico Starnone Lacci

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Domenico Starnone Lacci Einaudi

leggi un estratto:libro-t11433

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Fahrenheit Libro del giorno del 07/11/2014

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rai radio 3

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Giacomo Raccis Storia d’amore per oggetti. Domenico Starnone. Lacci

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doppiozero 23 dicembre 2014

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Simonetta Fiori “Vi ricordo la Ferrante. E allora?”L’io narrante femminile e tante, troppe coincidenze. L’ultimo romanzo di Domenico Starnone sembra il seguito de “I giorni dell’abbandono”

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la repubblica 14 ottobre 2014

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Annalena Benini Il rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza

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il foglio 18 ottobre 2014 Continua a leggere

Giulio Meotti Un profeta moderno

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Amos Oz

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il Foglio sabato 1 novembre 2014

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Un profeta moderno

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Giulio Meotti

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Traditore e cantore di Israele. Ritratto di Amos Oz, lo scrittore che ha offerto al mondo la normalità sofferente dello stato ebraico. Il Cechov di Gerusalemme che faceva il cameriere in un kibbutz

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Yigal Schwartz, che ne ha a lungo curato i romanzi presso la casa editrice Keter, ha paragonato Amos Oz a “una sorta di monaco”. E i monaci sono attratti dal deserto. Non si può capire lo scrittore israeliano senza quello che circonda la sua città, Arad. Un ammasso di dune di sabbia e rocce rossastre, di agavi e di cactus, ciuffi di macchia mediterranea, rododendri e fichi d’india, tra larghi spiazzi di pietra nuda, d’un colore fra il bianco e il giallo. E’ la pietra con la quale re David costruì Gerusalemme. Tremila anni fa. Un deserto allucinante mosso da rilievi color ocra, trinciato da canyon tortuosi. Il cielo manda giù da due a tre centimetri di acqua in un anno; quasi niente.

Ad Arad, lo stato d’Israele e Amos Oz volevano creare una società di tipo nuovo. Case abitate da contadini e giocatori di scacchi. Ogni casa è una biblioteca, un negozio ogni sette è una libreria. Arad fu pianificata come una città residenziale per professionisti e operai impegnati nelle cave nel mar Morto, nelle industrie chimiche e petrolchimiche, nel centro di ricerche nucleari di Dimona, nelle industrie e nelle università della non lontana Beersheba.

Per il naturalista, Arad è un paradiso, la caccia è proibita. Vi sono iene, sciacalli, coyote, antilopi Ibex, gazzelle, roditori e insettivori che non si trovano in nessun’altra parte del mondo, scorpioni, tarantole, farfalle rarissime, leopardi e linci. Il deserto, il caldo, la lontananza dal mondo abitato, fanno di Arad il simbolo affascinante della drammatica lotta di Israele per conquistare la terra necessaria a un popolo che da seicentomila unità quando nacque, nel 1948, oggi ne conta sette milioni.

L’Arad di Amos Oz è come una bandiera lanciata lontano, che la nazione intera si ripropone di raggiungere attaccando dal nord su tutto il fronte, con ogni mezzo, il desolato Negev. Oz ci ha vissuto vent’anni, fino alla scorsa primavera, quando è tornato a dividere il suo tempo con Tel Aviv per stare vicino ai nipoti. Ogni mattina va a fare una passeggiata di mezz’ora in quel deserto. Poi il monaco se ne torna nello studio spoglio, con la scrivania ereditata dal padre, i libri alle pareti, una poltrona e la musica di Bach. Il deserto del Negev è lo specchio dell’anima di Amos Oz: un luogo dove c’è posto per tutti, ebrei e arabi, assenti luoghi di culto e simboli politici, riflette persino l’assenza divina. Continua a leggere

Goffredo Fofi All’altezza del Nobel

Internazionale  1059 (11/17 luglio 2014)

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Il libro

Goffredo Fofi

All’altezza del Nobel

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Tobias Wolff La nostra storia comincia   Einaudi, 298 pagine, 21 euro

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Nel 2013 il Nobel ha incoronato una grande scrittrice di racconti, Alice Munro, che ha un solo rivale alla sua altezza, Tobias Wolff, il quale a sua volta merita il premio. Wolff è certamente meno minuzioso e misantropo di Munro, e propone ambienti e personaggi più vari, secondo una molteplicità di esperienze vissute che include molti anni tra esercito e accademia militare.

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Alfonso Berardinelli Lode a Ovidio profeta di un mondo senza dei né moralismi

Troy

Jean-François de Troy, “Pan e Siringa”, 1722-’24 (J. Paul Getty Museum, Los Angeles)

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il Foglio 28 giugno 2014

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 Lode a Ovidio profeta di un mondo senza dei né moralismi

I nuovi idoli del poeta sono l’amore, la bellezza, il lusso, l’abbondanza, persino lo sperpero. “Desidero anche ciò che detesto. Non oso difendere la mia deplorevole condotta, non prendo le armi in difesa dei miei vizi”. “Le Metamorfosi”, duemila anni dopo

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Alfonso Berardinelli

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Due amici, due eccezionali traduttori, Cesare Garboli e Vittorio Sermonti. Il primo ci ha dato traduzioni memorabili di Molière, a cui nessuna compagnia di teatro vorrebbe mai rinunciare. Quando trent’anni fa lessi la sua traduzione del “Misantropo” arrivai a desiderare che di quel testo non esistesse un originale francese, mi sembrò quasi che Molière avesse osato, tre secoli prima, tradurre nella sua lingua gallica il classico italiano di Garboli: senza dubbio ho potuto pensarlo perché so l’italiano molto meglio del francese. Ma come talento di traduttore, forse Sermonti va oltre. Non ho letto la sua “Eneide”, leggo ora però le sue “Metamorfosi” di Ovidio e mi accorgo che l’italiano, sì, l’attuale italiano che potremmo scrivere, è una lingua con la quale si può fare di tutto, perfino riscrivere Ovidio, il più sfrenatamente inventivo e visionario dei poeti latini, il più artificioso e il più naturale, quello al quale, sembra, gli esametri venivano sulle labbra solo che aprisse bocca.

Per noi postmoderni che amiamo il prefisso “post” e ne abusiamo da decenni essendo incapaci di trovare nuove parole per definirci, “Le Metamorfosi” di Ovidio sono il libro giusto. Alla domanda “perché dovremmo leggere” un tale libro, un poema più lungo dell’“Eneide” pubblicato esattamente all’inizio dell’era cristiana, la risposta potrebbe essere semplice: si tratta del primo capolavoro post-antico, viene dopo una lunga tradizione greca e latina, la riassume, la rielabora senza economia di mezzi e senza fede. Ovidio non riesce a credere, eppure ama. L’amore, gli amori, la meraviglia e le meraviglie sono la sua sola musa, la sua passione inesauribile. Non crede nei miti che racconta, ma non crede neppure nella realtà. Vive a Roma negli anni del principato di Augusto, il fondatore, l’inventore dell’impero, dopo decenni di guerre civili: prima l’aristocratico Silla contro il democratico Mario, poi Cesare contro Pompeo, Bruto e Cassio assassini di Cesare, Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio, e infine Ottaviano (poi Augusto) contro Antonio e Cleopatra. Continua a leggere

Giorgio Ficara Eleganti sprezzature

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Alberto Arbasino e Carlo Emilio Gadda

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Il Sole 24 Ore – Domenica 22 giugno 2014

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«Ritratti» di uno dei maestri della prosa italiana sono anche una lezione di stile: brevità dove altri costruirebbero sistemi

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di Giorgio Ficara

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Ritratti italiani, che contiene tutti i babillages, le cantilene, le facezie irrefrenabili del miglior Arbasino, è tuttavia un libro addirittura severo e critico nel senso primo del discernimento e dell’orientamento in una letteratura-letteratura (italiana: da D’Annunzio a Tondelli) oggi quasi priva di istituti e addirittura d’una lingua (letteraria) di riferimento.

Se Gianni Agnelli, dotato dell’allure di «un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché produca automobili non molto chic», merita l’attenzione, o la distrazione, del chroniqueur (à la Capote), Gadda e Longhi e Praz e Palazzeschi meritano l’estrema e insistente cura stilistica d’un autore che non ammette né denota alcuna discontinuità rispetto al loro stile. Chi creda che la letteratura italiana sia noiosa o morta, legga le chiose e le postille creative al Parini al Lemene al Rolli al Pepoli e al Mascheroni, in calce all’Anonimo lombardo; o legga questi Ritratti italiani la cui materia linguistica è pressoché incandescente.

Ma come lavora il critico e il saggista Arbasino? Che strumenti usa? Che tono usa? La buona educazione, che il maestro Mario Praz fissava addirittura come unico criterio di lettura dei testi, è la stessa che da Sessanta posizioni a oggi ispira Arbasino: dare la parola, più che prenderla e tenersela stretta, gli pare la via brevis alla pura e perfetta intellezione, come, sul piano morale, «non mostrare la propria anima alla folla» (Montaigne) equivale propriamente a non perderla: «Il lutto si porta dentro e non fuori», scrive qui in una pagina molto sommessa e stoica.

D’altra parte, lo stile saggistico-critico di Arbasino consiste nella sprezzatura. Stringere l’intuizione in un capoverso, regalare signorilmente in una pagina idee che per un altro sarebbero tediosamente “sistemi” in un libro, è tutto ciò che in questo scrittore sembra frutto del caso, ed è al contrario il frutto maturo di una stretta economia. «Non so se altri abbia già osservato -scrive- come sono “organizzate” le storie di Palazzeschi: esattamente come l’apertura del Bouvard et Pécuchet, l’entrata-presentazione di due compari fintamente gaglioffi su una scena vuota e pronta per una clowneria che pare disposta a esaurirsi in due battute, e porta invece incredibilmente lontano». Che cosa mai avrebbe esteso e protratto su un’idea simile, posto che l’avesse avuta, un volonteroso accademico? Continua a leggere