Antonio Gnoli Oltraggiati e curati l’uso politico dei corpi

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la Repubblica sabato 20 settembre 2014

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Oltraggiati e curati l’uso politico dei corpi

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Da Aristotele a Marx. Da Heidegger a Foucault. Il nuovo saggio di Giorgio Agamben raccoglie i frutti di una ventennale ricerca filosofica

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Antonio Gnoli

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Non so se il nuovo lavoro di Giorgio Agamben – L’uso dei corpi in uscita per Neri Pozza – sia il testo conclusivo di una ricerca ventennale nella quale l’autore ha posto al centro della riflessione la figura dell’ Homo sacer e le sue declinazioni (lo stato d’eccezione, Auschwitz, lo scavo nella teologia paolina e in quella francescana, l’archè e il giuramento). Sembrerebbe di sì. Dopotutto, vi è un punto di approdo rispetto al quale la parola fine ha un senso.

E quel senso lo si percepisce nella serietà con cui Agamben ha affrontato il dispositivo della nuda vita. Ma può davvero una ricerca considerarsi conclusa? Può fornirci tutte le risposte che in qualche modo ci saremmo aspettati da essa? O non è forse vero che una ricerca conserva un residuo, un resto, qualcosa che si può solo interrompere, abbandonare, lasciare ad altri come eredità o compito supplementare? Nel chiudere questo libro importante si ha la netta sensazione che nel momento in cui Agamben metta un punto definitivo, lì qualcos’altro dovrà generarsi.

Intanto cos’è l’”uso dei corpi”? L’espressione mostra una certa familiarità con ciò che si è letto in passato. Aristotele – e in generale il mondo greco – paragona lo schiavo a uno strumento animato il cui uso lo rende simile alle suppellettili della casa. Lo schiavo non smette di essere uomo ma l’uso che viene fatto del suo corpo lo rende simile a uno strumento animato. Continua a leggere

Adriano Scianca Nietzsche, paura eh?

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Hitler accanto ad un busto di Nietzsche 1934

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il Foglio 5 settembre 2014

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Nietzsche, paura eh?

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A 170 anni dalla sua nascita, Ferraris e Onfray riesumano un bricolage filosofico che sa di muffa debole e parigina (Derrida & Co.). Tentativo fallito. Ecco perché

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di Adriano Scianca

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Che cosa ha veramente detto Nietzsche? Se lo chiedeva, nel 1975, l’intellettuale organico comunista Mazzino Montinari. In realtà non è proprio che se lo chiedesse: il punto interrogativo non c’era affatto e l’orgoglioso avverbio era persino rimarcato in corsivo sulla copertina dell’edizione Ubaldini, prima di scomparire nella riedizione del 1999, presso Adelphi, per dar luogo a un più prudente Che cosa ha detto Nietzsche. Una hybris doppiamente blasfema, visto che riguardava il filosofo che maggiormente aveva attaccato la “volontà di verità” e dato che il testo si poneva al centro di una vasta operazione di intorbidamento delle acque che proprio dalla “veridica” edizione Colli-Montinari prendeva le mosse.

Nietzsche e il suo fantasma

Ci sono caduti in molti, nella bufala del Nietzsche sincero democratico. Anche Maurizio Ferraris, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, ci era cascato, sedotto in gioventù dal post strutturalismo a causa delle cattive compagnie (“Lei ha letto i francesi?”, gli aveva chiesto Gianni Vattimo nella primavera del 1975, indirizzandolo alla scoperta di Deleuze, Lyotard, Foucault, Derrida, Klossowski). Nietzsche come grande emancipatore, la realtà come gioco linguistico di interpretazioni confliggenti. Poi un lento rientro nei ranghi di un realismo liberal. L’ha chiamato new realism, scatenando fra i colleghi un dibattito un po’ salottiero ma dai toni sur-realisticamente feroci. L’apostasia dal gergo tardo-parigino si è consumata con una doppia resa dei conti, ontologica (no, non esistono solo le interpretazioni, ci sono anche dei fatti oggettivi) e politica (no, Nietzsche e Heidegger non sono quei campioni di democrazia che ci avete voluto far credere). E chi dice il contrario è un berlusconiano, o forse un nazista. I fili di questa inquietudine del pensiero si annodano in “Spettri di Nietzsche” (Guanda, 266 pp., 18 euro), contributo del professore torinese alla festa grande che già si annuncia per l’anniversario nietzscheano di questo autunno (l’autore dello “Zarathustra” è nato il 15 ottobre 1844, giusto 170 anni fa). L’allusione è evidentemente a Jacques Derrida e agli “Spectres de Marx”, titolo di una conferenza alla University of California del filosofo francese, e poi di un libro, entrambi del 1993. L’idea è che ci sia stato un periodo, nella storia europea, in cui sia Nietzsche sia Marx si sono dati in piena presenza, chiamati ad alta voce da istituzioni e regimi che ne hanno fatto, a torto o a ragione, dei maestri e dei fondatori. Quest’epoca si chiude nel 1945 per Nietzsche e nel 1989 per Marx. Dopodiché, entrambi sono ritornati, ma come presenza eterea, sfuggente, fantasmatica (come revenants, appunto). Una presenza debole, che ha fornito il materiale per infiniti bricolage filosofici, in cui intere generazioni di filosofi si sono impegnati a stabilire che gli stati e i dispositivi disciplinari che si erano voluti in passato nietzscheani e marxiani sbagliavano, che ci sono un vero Nietzsche e un vero Marx che sono irriducibili a quegli esperimenti politici. E se la lettera talvolta faceva pensare il contrario, era allo spirito che bisognava guardare. Allo spirito: ovvero allo spettro, al fantasma, lo scheletro di fumo che ci resta in mano al termine di questo percorso verso il vero, l’autentico, il non contraffatto, che però si rivela un’eterna promessa mai mantenuta. Continua a leggere

Antonio Gnoli Straparlando. Franco Rella

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Franco Rella

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la Repubblica domenica 13 luglio 2014

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Straparlando

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Franco Rella. “Vivevamo in una casa rumorosa con i libri imparai a isolarmi”. 

“Scrivere è esiliarsi. È il costo della verità che si cerca”. Senza maestri, evitando le mode, quella verità lo studioso l’ha cercata nell’estetica, nella filosofia, nella letteratura, nell’arte

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LA BIOGRAFIA

Franco Rella (Rovereto, 1944) è uno scrittore, filosofo, professore universitario di estetica allo Iuav di Venezia, curatore di numerose mostre e cataloghi e direttore di collane per diverse case editrici

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Ecco un uomo che sembra non aver mai chiesto nulla alla vi­ta. Del resto, dice di non aspet­tarsi nulla di speciale. Non ha ansie. Né desideri nascosti. Non è vittima del proprio ego. In un certo senso, nell’odier­na vita culturale, è un uomo invisibile quello che incontro nel retro della hall di un al­bergo di Milano. Ho appena fi­nito di leggere il suo libro più recente Forme del sapere ( edito da Bompiani ). Bello, in­tenso, irregolare come i precedenti. Qualche titolo da te­nere sott’occhio: Il silenzio e le parole, Il mito dell’altro, L’enigma della bellezza. Mi pare che la linea prediletta del suo saggismo sia quella che da Montaigne arriva a Valèry. In mezzo c’è di tutto, grandi filosofi: Platone, He­gel, Nietzsche, Bataille; grandi scrittori: Mann, Kafka, Musil.

Per essere un uomo “senza qualità” Franco Rella è un caso letterario. Lui non è il temporale, la tempesta, il vento che si alza. È il barometro che misura tutto que­sto. Lo strumento che registra i sussulti della Terra: «Po­trei al massimo registrare il vapore acqueo, l’umidità che circola e si effonde nell’atmosfera. Niente di ecla­tante. Come del resto non eclatante è stata la mia vita», dice con sommessa ironia oratoria mentre si scuote di dosso il lieve torpore che lo avvolge.

È uno dei rari casi di scrittore che rivendica la propria normalità. Continua a leggere

Emanuele Trevi Il nuotatore di Kafka non sapeva nuotare

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Corriere della Sera – la Lettura 1 giugno 2014

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«Il fuoco e il racconto» di Giorgio Agamben è un testo salutare e liberatorio. Contro il determinismo cognitivo delle classifiche e delle scuole di scrittura creativa

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di Emanuele Trevi

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Parola di filosofo: le classifiche dei libri più venduti sono «infami» («sì, infami», ribadisce). Osservate dalle alture spirituali che sono la dimora abituale di Giorgio Agamben, molte altre cose, com’è facile intuire, potranno apparire ancora più detestabili ed inutili. Tacciabile d’infamia è soprattutto quell’immane e universale degradazione che ha trasformato l’arte, la letteratura, la religione e la stessa filosofia in «spettacoli culturali» privi di ogni «efficacia storica». Per non parlare, aggiungo io. di una critica letteraria capace di risultare, con eccezioni sempre più rare, nello stesso tempo vacua ed asfissiante, e cronicamente incapace di intuizione. Anche per questo la lettura dei saggi raccolti in II fuoco e il racconto equivale a un atto salutare di liberazione. Ebbene sì, proprio perché sappiamo che la vita è breve, e i suoi possibili significati sempre incerti e caduchi, tanto vale concedere a se stessi le maggiori ambizioni, e puntare dritto nella direzione delle cose supreme.

Si può non essere d’accordo su molti singoli giudizi, certamente, ma la fiducia che volentieri si concede alle argomentazioni di Agamben discende dal fatto che, per lui, quel volare alto a cui si accennava non è affatto una posa, una strategia per acquistare autorevolezza. Nell’eterna commedia dell’arte intellettuale, Agamben non indossa nessuna maschera. Vola alto perché non sa volare altrove. E ci trasmette, prima ancora che un certo numero di conoscenze, la passione per un metodo interamente fondato sulla «capacità di sviluppo» riconosciuta nelle parole degli scrittori che ama. Nella sua essenza più intima, l’atto di lettura consiste proprio in questo: appropriarsi del già detto, del già pensato, per condurlo oltre le soglie del non ancora detto, dell’impensato.
Esemplare in questo senso è il saggio (forse il più coinvolgente dell’intera raccolta) dedicato all’«atto di creazione». Il punto di partenza di Agamben è una conferenza del 1987 di Gilles Deleuze, nella quale il gesto creativo è definito come un «atto di resistenza». La formula lo convince proprio perché le sue implicazioni sono rimaste inespresse, e permettono a chi viene dopo di andare più a fondo. Cos’è esattamente che «resiste», nella creazione? Un’inveterata abitudine fa apparire le cose più semplici di quello che sono. Se pensiamo a un’opera, pensiamo automaticamente a una potenza, a un’abilità, a un talento che l’artista trasforma in un atto, in una manifestazione concreta di un’energia interiore che altrimenti rimarrebbe muta e sepolta Non è un pensiero sbagliato, ma incompleto. Il fatto è che questa forza che conduce dalla potenza all’atto è troppo immensa per posare sulle spalle del singolo individuo, fosse pure Michelangelo o Tolstoj. Simile alle manifestazioni della natura, ha un carattere fondamentalmente impersonale, che ogni singolo artista, con un movimento che ha del paradossale, boicotta a modo suo. Continua a leggere

Antonio Gnoli Cacciari una certa idea di metafisica

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la Repubblica 13 maggio 2014

. Cacciari una certa idea di metafisica

Esce “Labirinto filosofico” nuovo saggio dello studioso

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. di Antonio Gnoli

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Provate a immaginare cosa sarebbe la nostra civiltà, l’Occidente, senza il pensiero greco. Se a un tratto, come per incanto sparissero – che so? – i frammenti presocratici, i dialoghi platonici, i libri di Aristotele, tanto per citare i referenti più importanti e noti. Pensereste forse che noi, gli eredi naturali, saremmo gli stessi? Non so immaginare gli effetti: ma forse che la democrazia sarebbe oggi la stessa senza quell’intenso modo di pensarla e realizzarla ad Atene tra il quinto e il quarto secolo? E la ragion e avrebbe avuto la stessa attenzione che le filosofie successive le hanno dedicato? Sicché, mentre leggevo il nuovo libro di Massimo Cacciari, non potevo esimermi dal constatare quanto rilevante e imprescindibile sia stata quell’eredità di cui oggi abbiamo perso i tratti più perspicui e filosoficamente arditi. Da decenni – da quando uscì Krisis nel 1976 (che credo egli ritenga in larga parte superato) – Cacciari esercita il suo talento sui nodi principali del pensare filosofico. Che proprio in quanto è un pensare (e un conoscere) non va confuso con la sua storia né con gli ambienti sociali da cui pure è scaturito. Di qui l’alta tensione teoretica che corre lungo tutte le pagine di questo vero e proprio Labirinto filosofico ( Adelphi). E titolo non poteva essere più adatto per rilevare i dubbi, le oscurità, i tormenti che un percorso del genere provoca. Molto simile all’errare: sia in quanto possibilità di errore, cui ogni esperienza si espone, sia perché la filosofia, in ultima analisi, è un cammino complicato. Verso dove? Verrebbe da chiedersi. E la risposta chiama in causa la verità. Anche se questa non può essere ridotta ai metodi della scienza o alle estenuate versioni postmoderne, due culture che si sono dimostrate incapaci di assolvere un compito tanto estremo quanto necessario: pensare il reale.

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