Remo Ceserani Nuovi critici. La forma romanzo in stato di emergenza

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il manifesto – Alias della domenica 13 luglio 2014

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 Nuovi critici

La forma romanzo in stato di emergenza

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Argomentata e spavalda, la tesi di Stefano Ercolino mette a fuoco il romanzo-saggio, genere emerso con la grande crisi epistemologica della modernità e dei suoi apparati simbolici. La proposta di «The novel-essay», un saggio appena uscito da Macmillan

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Remo Ceserani

 

Mi chiedo se si stia affacciando la generazione Telemaco anche sulla scena degli studi di teoria letteraria e nella pratica critica. Sembrerebbe di sì. La risposta positiva la suggerisce il caso di un giovane studioso, poco più che trentenne, che si chiama Ste­fano Ercolino e viene da San Giovan­ni Rotondo (Foggia). Specialista stra­ordinariamente agguerrito di storia e teoria del romanzo, è stato allievo di Massimo Fusillo all’Università del­l’Aquila e di Franco Moretti in quella di Stanford: due padri-Ulisse, quin­di, ma senza che ci fosse alcun biso­gno di ribellarsi contro di loro, sem­mai, con il loro consenso, di superar­li in prontezza di riflessi e in qualche spavalderia.

Nonostante il cognome, che sem­bra echeggiare in diminutivo il no­me del mitico personaggio dalle tan­te fatiche, Ercolino si presenta senza diminutivi, avendo costruito il suo profilo di studioso del romanzo a tappe forzate e superando brillante­mente molteplici prove: buoni studi classici e moderni, cinque lingue, amplissime letture, carriera veloce, da generazione Telemaco: un primo libro ricavato dalla tesi di laurea sul romanzo «massimalista», uscito in inglese da Bloomsbury nel 2014 con il titolo The Maximalist Novel. From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolano’s 2666 (pp. 187, $ 110) di prossima uscita in italiano presso Bompiani; un secon­do libro, ricavato dalla tesi di dotto­rato e appena uscito in inglese da Macmillan con il titolo The Novel-Essay, 1884-1947 (pp. 194, £ 55). Continua a leggere

Emanuele Trevi Il nuotatore di Kafka non sapeva nuotare

Kafka

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Corriere della Sera – la Lettura 1 giugno 2014

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«Il fuoco e il racconto» di Giorgio Agamben è un testo salutare e liberatorio. Contro il determinismo cognitivo delle classifiche e delle scuole di scrittura creativa

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di Emanuele Trevi

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Parola di filosofo: le classifiche dei libri più venduti sono «infami» («sì, infami», ribadisce). Osservate dalle alture spirituali che sono la dimora abituale di Giorgio Agamben, molte altre cose, com’è facile intuire, potranno apparire ancora più detestabili ed inutili. Tacciabile d’infamia è soprattutto quell’immane e universale degradazione che ha trasformato l’arte, la letteratura, la religione e la stessa filosofia in «spettacoli culturali» privi di ogni «efficacia storica». Per non parlare, aggiungo io. di una critica letteraria capace di risultare, con eccezioni sempre più rare, nello stesso tempo vacua ed asfissiante, e cronicamente incapace di intuizione. Anche per questo la lettura dei saggi raccolti in II fuoco e il racconto equivale a un atto salutare di liberazione. Ebbene sì, proprio perché sappiamo che la vita è breve, e i suoi possibili significati sempre incerti e caduchi, tanto vale concedere a se stessi le maggiori ambizioni, e puntare dritto nella direzione delle cose supreme.

Si può non essere d’accordo su molti singoli giudizi, certamente, ma la fiducia che volentieri si concede alle argomentazioni di Agamben discende dal fatto che, per lui, quel volare alto a cui si accennava non è affatto una posa, una strategia per acquistare autorevolezza. Nell’eterna commedia dell’arte intellettuale, Agamben non indossa nessuna maschera. Vola alto perché non sa volare altrove. E ci trasmette, prima ancora che un certo numero di conoscenze, la passione per un metodo interamente fondato sulla «capacità di sviluppo» riconosciuta nelle parole degli scrittori che ama. Nella sua essenza più intima, l’atto di lettura consiste proprio in questo: appropriarsi del già detto, del già pensato, per condurlo oltre le soglie del non ancora detto, dell’impensato.
Esemplare in questo senso è il saggio (forse il più coinvolgente dell’intera raccolta) dedicato all’«atto di creazione». Il punto di partenza di Agamben è una conferenza del 1987 di Gilles Deleuze, nella quale il gesto creativo è definito come un «atto di resistenza». La formula lo convince proprio perché le sue implicazioni sono rimaste inespresse, e permettono a chi viene dopo di andare più a fondo. Cos’è esattamente che «resiste», nella creazione? Un’inveterata abitudine fa apparire le cose più semplici di quello che sono. Se pensiamo a un’opera, pensiamo automaticamente a una potenza, a un’abilità, a un talento che l’artista trasforma in un atto, in una manifestazione concreta di un’energia interiore che altrimenti rimarrebbe muta e sepolta Non è un pensiero sbagliato, ma incompleto. Il fatto è che questa forza che conduce dalla potenza all’atto è troppo immensa per posare sulle spalle del singolo individuo, fosse pure Michelangelo o Tolstoj. Simile alle manifestazioni della natura, ha un carattere fondamentalmente impersonale, che ogni singolo artista, con un movimento che ha del paradossale, boicotta a modo suo. Continua a leggere