Mario Martone Il giovane favoloso

Il giovane favoloso : Elio Germani e' Giacomo Leopardi a Firenze

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Valerio Magrelli Se Leopardi al cinema diventa un supereroe

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la repubblica 31 ottobre 2014

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Roberto Saviano ‘Ironico, appassionato e rivoluzionario’. Saviano racconta il Leopardi di Martone. Il poeta di Recanati ne ‘Il giovane favoloso’ è finalmente lontano 
dai luoghi comuni sulla bruttezza e l’infelicità.  Durante tutto il film, la sensazione di accompagnare davvero Giacomo nella sua breve ma intensa vita è fortissima

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l’espresso

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Gabriele Gimmelli Martone. Il giovane favoloso

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doppiozero

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Luca Illetterati Leopardi didascalico. Il giovane favoloso di Mario Martone

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le parole e le cose

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Goffredo Fofi La voce di Leopardi

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Martone mette in scena non solo la vita, ma anche il pensiero e la poesia, facendo un passo indietro come autore e regista

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Il Giacomo Leopardi pensato e illustrato da Mario Martone e interpretato da Elio Germano è un Leopardi attendibile, verosimile, e già questo è un risultato raro, nel cinema che affronta i grandi della storia e della cultura, specialmente quando si tratta, come si diceva un tempo nei libri di scuola, di «benefattori dell’umanità» per le opere del pensiero o per l’azione. La divulgazione è diventata solo con il secondo Novecento, legandosi ai destini della cultura di massa industrializzata, sinonimo di essenzialità e di superficialità, per obbligo di sintesi e di commerciabilità.

Non sono pochi i film che nel passato, spesso sulla scia di biografie di successo, hanno raccontato le vite dei grandi, ma rari sono i film che sono andati oltre l’agiografia sentimentale, nonostante il loro progetto pedagogico. Dagli anni Sessanta il “cinema d’autore” si è confrontato a volte con autori d’altro ramo e d’altre epoche con risultati raramente soddisfacenti, perché il regista proiettava sull’artista narrato le sue inquietudini e le sue frustrazioni, anche le sue miserie. Ed è per questo che il film di Martone su Leopardi è già pregevole per essere un esempio raro di lettura e illustrazione della vita di un grande – poeta e pensatore tra i maggiori dell’ottocento, non solo italiano – ricostruita con rispetto, sulla base di una solida conoscenza della sua epoca e delle vicissitudini della sua esistenza. Se ha dovuto aver presente un modello cinematografico, per Martone è stato quello del Rossellini televisivo, ma più nelle intenzioni di quello che non nei risultati dei suoi film, spesso troppo didattici.

Rispetto per il poeta, per il pensatore, non solo per l’uomo; e questa era la scommessa più delicata, quella di accostarci alla poesia e alla filosofa di Leopardi e non solo ai tormenti della sua biografia. Non una libera interpretazione, ma un’interpretazione basata su una documentazione seria, a partire dagli epistolari e dalle testimonianze storiche (e da quell’ottima ricostruzione mese per mese della vita del recanatese che è stata fissata da Nico Naldini in una cronologia documentaria che Garzanti ha opportunamente deciso di ristampare). Martone ha saputo controllare, senza però escluderlo del tutto, l’investimento personale che egli, come tanti italiani di ieri e perfino di oggi, non poteva non aver posto su questo riferimento fondamentale per la sua e per la nostra formazione. A partire da quella sorta di transfert che ogni lettore assiduo di Leopardi, a un certo punto della sua vita, perlopiù nell’adolescenza e nella prima maturità, ha pur dovuto provare.

Ha dunque rinunciato nella ricostruzione di una biografia all’uso dei salti e dei paragoni, sempre fedele alla continuità, alla cronologia, ma con un salto di dieci anni tra la prima fallita fuga da Recanati e la Firenze in cui conobbe l’Italia più “adulta” ed entrò nel mondo intellettuale dell’epoca, rimanendone in definitiva superiore ed estraneo. Ha rinunciato sia alle bravure sorprendenti che alle ipotesi non verificabili. La complessità sentimentale del poeta, la sua disgrazia fisica, la sua superiore intelligenza, e insomma le sue diverse inquietudini i suoi diversi confronti le sue diverse ricerche hanno riscontri oggettivi, e ci si ferma là dove è giusto fermarsi, perché il regista insiste, invece, per sua e per nostra grazia, per suo e per nostro sofferto appagamento, sulla ragione vera per cui Leopardi ci interessa: il nucleo o grumo di illuminazione e di ragione, di poesia e di filosofia. Leopardi parla e ragiona, nel film, per bocca di un attore che dà il meglio di sé in questa difficile prova e sa essere attendibile fino allo spasimo, il Leopardi di Germano dice i suoi versi e le sue idee, perno di una vita e di una mente d’eccezione che, nel film, diventa perno del modo di raccontarla. Il rispetto, appunto: di un regista e di un attore che hanno saputo mettersi umilmente, ma dando il loro meglio, a servizio di una storia e di un pensiero e facendo di questo la materia del loro lavoro. Perché alla fine devono essere le parole di Leopardi dò che conta, devono essere i suoi versi e i suoi pensieri.

Con grande attenzione e cura per scene e ambienti, il percorso narrativo è nel film lineare e geografico, ma anche in qualche modo simbolico: tra la ferma provincia di Recanati e la convulsa Napoli dove lo scontro o incontro è tra storia e natura, la vittoria è alla fine della natura, con l’attraversamento “civile” della buona società fiorentina e romana. Il «giovane favoloso» rivendica, contro chi attribuisce le sue convinzioni alle sue disgrazie, la libertà del suo pensiero e ne afferma la superiorità, la verità. Cerca allo stesso tempo l’amore e trova al massimo l’amicizia, la stima. (Il rispetto di Martone riguarda anche il personaggio, spesso vituperato, del Ranieri.) Vede Pompei e vede le fiamme del Vesuvio, e vede anche la resistenza e bellezza, nonostante tutto, della ginestra, e contro il «secol superbo e sciocco» (che direbbe del nostro?) sente quel che rende «confederati» gli uomini tutti.

Com’è suo solito, Martone ha saputo circondarsi di collaboratori eccellenti. Il suo cinema, come il suo teatro, vuol essere un “lavoro di squadra”, e non va dimenticato che proprio questo è il bello del cinema, insieme al teatro, rispetto alle altre arti, solitarie. La fotografia di Renato Berta gli è stata certamente di grande aiuto, per individuare le giuste tonalità da applicare a realtà geografiche e sociali diverse tra loro, e lontane nel tempo, da Recanati al Vesuvio, così come il montaggio di Jacopo Quadri per dare unione ai quadri di una complessa biografia. E gli attori sono in gran parte gli stessi che hanno accompagnato, napoletani e non napoletani, la sua carriera di regista di teatro e di cinema, anche se il protagonista di questo film è stato scelto sulla base di affinità diverse, eccezionali. Quelli che sono stati abitualmente considerati come dei limiti di Martone – la messa-in-scena invece di un’autorialità prepotente – si rivelano qui come dei pregi, ed è qui, dove Martone si è considerato meno autore e più servitore di un personaggio e di una storia, a confronto non con una invenzione o con una ambizione ma con una costrizione che si è scelta, che credo sia riuscito a essere invece più autore.

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il sole 24 ore domenica 19 ottobre 2014

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