Adriano Scianca Nietzsche, paura eh?

nietzsche-hitler (1)

Hitler accanto ad un busto di Nietzsche 1934

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il Foglio 5 settembre 2014

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Nietzsche, paura eh?

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A 170 anni dalla sua nascita, Ferraris e Onfray riesumano un bricolage filosofico che sa di muffa debole e parigina (Derrida & Co.). Tentativo fallito. Ecco perché

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di Adriano Scianca

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Che cosa ha veramente detto Nietzsche? Se lo chiedeva, nel 1975, l’intellettuale organico comunista Mazzino Montinari. In realtà non è proprio che se lo chiedesse: il punto interrogativo non c’era affatto e l’orgoglioso avverbio era persino rimarcato in corsivo sulla copertina dell’edizione Ubaldini, prima di scomparire nella riedizione del 1999, presso Adelphi, per dar luogo a un più prudente Che cosa ha detto Nietzsche. Una hybris doppiamente blasfema, visto che riguardava il filosofo che maggiormente aveva attaccato la “volontà di verità” e dato che il testo si poneva al centro di una vasta operazione di intorbidamento delle acque che proprio dalla “veridica” edizione Colli-Montinari prendeva le mosse.

Nietzsche e il suo fantasma

Ci sono caduti in molti, nella bufala del Nietzsche sincero democratico. Anche Maurizio Ferraris, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, ci era cascato, sedotto in gioventù dal post strutturalismo a causa delle cattive compagnie (“Lei ha letto i francesi?”, gli aveva chiesto Gianni Vattimo nella primavera del 1975, indirizzandolo alla scoperta di Deleuze, Lyotard, Foucault, Derrida, Klossowski). Nietzsche come grande emancipatore, la realtà come gioco linguistico di interpretazioni confliggenti. Poi un lento rientro nei ranghi di un realismo liberal. L’ha chiamato new realism, scatenando fra i colleghi un dibattito un po’ salottiero ma dai toni sur-realisticamente feroci. L’apostasia dal gergo tardo-parigino si è consumata con una doppia resa dei conti, ontologica (no, non esistono solo le interpretazioni, ci sono anche dei fatti oggettivi) e politica (no, Nietzsche e Heidegger non sono quei campioni di democrazia che ci avete voluto far credere). E chi dice il contrario è un berlusconiano, o forse un nazista. I fili di questa inquietudine del pensiero si annodano in “Spettri di Nietzsche” (Guanda, 266 pp., 18 euro), contributo del professore torinese alla festa grande che già si annuncia per l’anniversario nietzscheano di questo autunno (l’autore dello “Zarathustra” è nato il 15 ottobre 1844, giusto 170 anni fa). L’allusione è evidentemente a Jacques Derrida e agli “Spectres de Marx”, titolo di una conferenza alla University of California del filosofo francese, e poi di un libro, entrambi del 1993. L’idea è che ci sia stato un periodo, nella storia europea, in cui sia Nietzsche sia Marx si sono dati in piena presenza, chiamati ad alta voce da istituzioni e regimi che ne hanno fatto, a torto o a ragione, dei maestri e dei fondatori. Quest’epoca si chiude nel 1945 per Nietzsche e nel 1989 per Marx. Dopodiché, entrambi sono ritornati, ma come presenza eterea, sfuggente, fantasmatica (come revenants, appunto). Una presenza debole, che ha fornito il materiale per infiniti bricolage filosofici, in cui intere generazioni di filosofi si sono impegnati a stabilire che gli stati e i dispositivi disciplinari che si erano voluti in passato nietzscheani e marxiani sbagliavano, che ci sono un vero Nietzsche e un vero Marx che sono irriducibili a quegli esperimenti politici. E se la lettera talvolta faceva pensare il contrario, era allo spirito che bisognava guardare. Allo spirito: ovvero allo spettro, al fantasma, lo scheletro di fumo che ci resta in mano al termine di questo percorso verso il vero, l’autentico, il non contraffatto, che però si rivela un’eterna promessa mai mantenuta.

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