Carlo Ossola Gli alberi che noi siamo

The-Tree-Of-Life

.

il Sole 24 Ore – Domenica 3 agosto 2014

.

 

Gli alberi che noi siamo

.

Una frondosa analisi di Alain Corbin ripercorre, ramo per ramo, tra amori, saperi, simboli, una delle più potenti metafore della nostra stessa umanità

.

Carlo Ossola

.

I recenti schiamazzi berlinesi della squadra di calcio tedesca, vincitrice della coppa del mondo, che ha camminato con andatura scimmiesca pensando di recare offesa agli argentini e basata sull’immagine dell’ homo erectus (forse ricordo di qualche imma­gine dei libri di scuola, peraltro del tutto fallace) ripropongono tuttavia allo storico lo strano preva­lere (così ricco di disinganni e di tragedie) negli ultimi due secoli del modello progressivo dell’evoluzione umana di contro al classico e biblico princi­pio, ripreso in anni recenti da Claude Lévi- Strauss, «Le végétal est le modèle dell’homme».

Viene dunque propizia la meditazione di Alain Corbin, a riportare la nostra attenzione su un modello che non ha mai cessato di nutrire l’immaginario umano. L’uomo stesso, secondo Platone, è «arbor inversa», le cui radici sono i capelli, rami le braccia, poiché è piantato nei cieli; e Dante lo ripeterà: «El cominciò: “In questa quinta soglia / de l’albero che vive de la cima / e frutta sempre e mal non perde foglia, / spiriti son beati…”» (Par., XVIII, 28-31).

 Ora Corbin, al quale dobbiamo già celebri sag­gi di storia delle mentalità e dell’immaginario col­lettivo, tra i quali, tradotti in italiano: Storia socia­le degli odori, L’invenzione del mare: l’Occidente e il fascino della spiaggia, 1750-1840, (senza dimenti­care il suo squisito: Les cloches de la terre: paysage sonore et culture sensible dans les campagnes au XIX siècle), parte dalla corteccia scritta, da quell’incidere sull’albero che suggella per sem­pre amori, che lega, nellAriosto, Angelica e Me­doro, che suscita la follia di Orlando; sinché nel tempo presente quegli scritti memoriali si fanno essi stessi nuove vene d’arte, negli alberi – metal­lici e di marmo – di Giuseppe Penone, più volte ricordato nel saggio. L’albero non solo ci precede (modello e luogo del credere), non solo ci accompagna e protegge, con la sua ombra; ma si propo­ne, nel secolo dei Lumi, anche come modello di società; basterebbe ricordare le peripezie propo­ste dal Viaggio sotterraneo di Niels Klim di Ludvig Holberg (1740), riedito proprio nel 1789, con incisioni mirabili da disegni di Nicolai Jens Juel (in Italia tradotto da Adelphi): sarebbe stato, quello, il modello non cruento di una rivoluzione lenta, di radici e non di fogliame. Riprendeva, del resto, una massima di Michel de Montaigne, il quale – nel celebre saggio: De la coustume et de ne changer aisément une loy recüe (Essays, I, 23) – osservava che l’agitarsi stesso di libertà (e più che mai la riformata «libertà di coscienza») non era che frutto della tradizione: «Le leggi del­la coscienza, che noi diciamo sorgere dalla natura stessa, nascono dalla tradizione»; la pondera­ta lentezza dell’«empire de la coustume». I saggi alberi di Nazar ci riportano dunque all’«Albero morale» (cap. X) di Corbin, all’Albero interlocu­tore, confidente e mentore» (cap. XI). E come non ricordare qui, in questa maestosa parabola che lega le stagioni della natura alla vicenda umana, lArboreto Selvatico (1991), di Mario Rigoni Stern? Quel suo Tiglio, che è compendio stesso delle ragioni della civiltà umana: «Per Plinio il tiglio è uno degli alberi felici perché dalla sua scorza messa a macero si ricavavano le lunghe fibre con cui si tessevano i nastri per legare le corone dedi­cate a Venere e le bende per fasciare le ferite dei guerrieri. Il tiglio era anche chiamato “albero di giustizia” perché attorno ad esso si riunivano i saggi a sentenziare. E se passate dalla Val di Fiemme non mancate di andare al Parco della Pie­ve di Cavalese: tra i secolari tigli, in anelli circola­ri, ci sono i sedili monolitici dove le autorità della valle prendevano posto durante le assemblee per amministrare la giustizia. Ancora oggi l’antica opera è conosciuta come “Banco de la Resòn”».

Corbin ricorda a sua volta La Chute d’un ange di Alphonse de Lamartine, ove i cedri del Libano can­tano in coro un poema dalle mille voci, essi testimo­ni e sacrario del credere biblico: «Piantati da Dio, i cedri del Libano sono serviti di rifugio al tempo del Diluvio. Hanno fornito il legno dell’Arca dell’Alleanza. Questi alberi di Salomone sono serviti alla fabbricazione del Tempio. E hanno costituito la mate­ria stessa della Croce». E sul Cedrus Lybani si è eser­citata la più bella allegoria medievale, da Riccardo di san Vittore (nell’esposizione al Cantico dei canti­ci) al meraviglioso sermone in lode di Maria di Jacopo da Varazze, agli infiniti «cedri contemplationis» della mistica. Ma basta ricordarlo con le immagini di uno di questi trattati, cedro dell’umanissima e divina gloria di Maria: «così come il cedro del Liba­no è più alto di ogni albero, altrettanto Maria è più svettante di ogni Angelo».

L’«albero del bene e del male», piantato in mez­zo al giardino edenico e che causò la cacciata dell’uomo dal Paradiso, diventa poi «radix Jesse», pianta che nutre tutti i popoli della benedizione divina; maledetto fu il serpente, ma non l’albero, non i suoi frutti. Tra i suoi rami gli uccelli fanno nido, e cantano; il Barone rampante (1957) di Italo Calvino fa di esso dimora e filosofia della vita, co­me recita la presentazione stessa dell’apologo: «Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all’altra, decide che non scenderà più. Il protagonista trascorre l’intera vi­ta sugli alberi, una vita tutt’altro che monotona, anzi: piena d’avventure e tutt’altro che da eremi­ta, però sempre mantenendo tra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza». Uno sguardo dall’alto, dal silenzio, dall’ombra. (Ed è del resto con il Barone di Calvino che prende fine il saggio di Corbin).

Ora potremmo, per chiudere, uscire dall’idea ro­mantica dell’albero, quella che «costruisce sguar­di e sogni», secondo la bella immagine di Françoise Besson, e interrogare l’albero di Porfirio» e il suo stringente paradigma, secondo la Logica nova di Raimondo Lullo. Sempre quest’«arbor naturalis et logicalis» ci insegna a diramare verso l’alto, a pensare oltre le chiome, a rendere «luminoso» – cioè libero da ogni ingombro – ciò che ci viene incontro. La vicenda dunque dell’homo erectus berolinensis (obliata la sua sguaiata, e un poco sini­stra, parvenza circense) ci aiuta a ripensare la vi­cenda del bipede che lentamente si alza verso l’al­to, non già imitando le scimmie, ma gli alberi che aveva accanto; rizzandosi sul “tronco”, diviene il tronco di un’eterna alberità umana, che Ovidio Montalbani aveva così ben studiato, in pieno Sei­cento, nella sua mirabile Dendrologia. E che Giu­seppe Penone ha riportato a nuove venature, a Versailles e dal cuore della terra.

.

Alain Corbin, La Douceur de l’ombre. L’arbre, source d’émotions, de l’Antiquité à nos jours, Paris, Fayard e Flammarion, pagg, 400, € 11,00

Un pensiero su “Carlo Ossola Gli alberi che noi siamo

  1. Pingback: Letture del mese di ottobre 2014 | Giardini in viaggio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...