Annalena Benini Perché tutto parli di me

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Richard Tuschman Hopper Meditation

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Il Foglio 26 luglio 2014

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Perché tutto parli di me

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 L’ossessione per l’autobiografia anche sui treni che fermano a Ladispoli, il conforto delle vite che non sono la mia e il bisogno di fare sempre la stessa domanda: e io?

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Annalena Benini

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Il treno è pieno e si sta in piedi, schiac­ciati contro le borse degli altri, non c’è quasi lo spazio per mandare messaggi. Lei è bionda e anziana, porta i tacchi alti, una gonna di pelle e gli occhiali da sole, lui ha qualche anno in più e la tiene delicata­mente per il polso, le spiega dove appog­giarsi, lei guarda avanti ma forse non ve­de niente da dietro quegli occhiali da far­falla. E’ arrabbiata, gli dice piano: “Lascia­mi stare”. Lui continua a spiegarle qual­cosa, è gentile. Lei alza la voce: “L’unico modo è prenderti a calci nel culo, come fa­ceva quella, con te è l’unico modo”. Lui re­sta lì, silenzioso, con le dita intorno al suo polso, lo sguardo costernato fisso sugli oc­chiali da sole. Le persone schiacciate ad­dosso a me si sorridono, la ragazza che ho di fronte annuisce convinta, vorrebbe dire: lo so di che cosa sta parlando la signora, so benissimo, è esattamente così, e al­l’improvviso, sul treno dei pendolari che scendono quasi tutti a Ladispoli (io prose­guo per un altro quarto d’ora, aspetto Ladispoli per potermi sedere e quando leg­go il cartello penso che non ho mai avuto coraggio di dire alla baby sitter, che tor­nava a Ladispoli ogni sera, che La non era l’articolo determinativo di Dispoli: se a lei piaceva di più così, se era convinta quan­do parlava dei parenti di Dispoli, della spiaggia a Dispoli, del mercato immobilia­re di Dispoli, io non volevo essere la gua­stafeste che rovina la realtà), all’improvvi­so su quel treno di gente stanca, nervosa, con gli occhi sul telefono, la bocca sul pa­nino, le mani nelle tasche o sopra le bor­se per proteggerle, è entrata una storia che toccava tutti. Qualcosa con cui immedesi­marsi, anche se lei aveva la minigonna di pelle, la schiena nuda e molti anni addos­so, qualcosa che per molti voleva dire: an­ch’io. Anche io lo so che l’unico modo è prenderti a calci, come faceva quella. An­che io ho una gonna di pelle, fra trentacinque anni magari me la metto. Anche io vor­rei che qualcuno mi tenesse delicatamen­te il polso e mi lasciasse sfogare la rabbia che ho. Ognuno di quei passeggeri, com­presa me, aveva pronta una sceneggiatura per controllare la realtà, una spiegazione probabilmente sbagliata, una confessione urgente da fare. Un ragazzo e una ragazza, belli e pieni di tatuaggi (lei aveva un dra­go con le ali aperte sul braccio), si baciava­no e si sono fermati, hanno riso guardando­si negli occhi, solo loro e nessun altro in­torno, poi hanno ricominciato a incrociare tatuaggi e lingue. Che sollievo non essere come quei due vecchi, a cui è rimasto da scambiarsi soltanto un po’ di rancore. For­se l’hanno pensato. Ognuno aveva già mes­so a confronto un pezzo di sé con quella scena, con quella gonna di pelle nera, con quella bellezza di molti anni prima, che forse aveva lottato per l’uomo che le strin­geva ora delicatamente il polso, e aveva dovuto aspettare troppo tempo, e invec­chiare dentro i vestiti da ragazza bionda, e adesso non riusciva a smettere di essere arrabbiata. E’ perché tutto parla di noi, mentre tutti parlano di sé.

Perché in ogni romanzo, film, canzone, pettegolezzo da sera d’estate, quando cre­diamo di avere capito tutto delle vite de­gli altri guardando le foto su Facebook o credendo a ogni storia audace sugli aman­ti di luglio, stiamo cercando la spiegazio­ne di noi stessi. Noi che non lo faremmo mai, noi che l’abbiamo fatto sempre, noi che però siamo meglio di così. E’ l’ossessio­ne per l’autobiografia, per la possibilità sfacciata di ritrovare nelle vite degli altri la ragione di tutto quello che siamo: pro­tagonisti delle nostre storie e testimoni di quelle degli altri, sempre con gli occhi che cercano il confronto. Nelle storie in cui in­ciampiamo, o in quelle che spiamo, quel­le che manipoliamo con leggerezza. Con le storie degli altri spesso siamo inflessibili, a noi stessi e alla nostra autobiografia in­vece riconosciamo molte attenuanti, mol­tissime giustificazioni, molta tenerezza. Per questo quando ho letto per la prima volta “Vite che non sono la mia” di Emma­nuel Carrère (Einaudi), e subito dopo “La vita come un romanzo russo” (Einaudi), li ho letti solo dopo il grande successo di “Limonov”, ed ero in treno in mezzo alle vite degli altri, o in spiaggia in mezzo ai corpi e ai figli degli altri, o al telefono dentro le confessioni degli altri e le mie, ho pensa­to che è quello il solo modo, il modo più sincero, di guardare le vite che non sono le nostre rivelando subito, e sempre, il vero motivo della passione e dello sgomento: io. Alberto Arbasino dice che è un ombelico noioso e per niente letterario, quest’osses­sione per l’autobiografia, per le corsie d’o­spedale, per il buco della serratura di stampo familiare, lo zucchero nel caffè e le lenzuola disfatte, invece Emmanuel Carrère dice (ha detto in un’intervista alla Paris Review) che “io”, un io anche piccolo, an­che meschino, l’io di Carrère che si vergo­gna perché la fidanzata bellissima non possiede la sua stessa sicurezza sociale, ad esempio (è regale ma al tempo stesso ple­bea), il fastidio che ammette quando lei “spedisce curricula e chiede le ferie” è un giudizio su di sé che offre un’immagine sgradevole, certo, ma è un sollievo, è un’ammissione di verità: qualsiasi cosa ac­cada, fuori e dentro di noi, ce ne assumia­mo la responsabilità, la guardiamo diritta negli occhi, spieghiamo che posto abbia­mo: testimoni o protagonisti, ma sempre ri­volti in modo totalmente ma sinceramente egocentrico verso di noi, anche quando sia­mo meschini, traditori, superbi, anche quando succedono cose lontanissime da noi, che lontanissime, con questo filtro, non sono mai: “La mattina di sabato 9 gen­naio 1993, mentre Jean-Claude Romand uc­cideva sua moglie e i suoi bambini, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro”. E’ l’incipit, o forse il prologo de “L’avversa­rio”, uscito nel 2000, ed è il modo potente in cui uno scrittore ha superato le inibizio­ni, la vergogna (che Truman Capote, ad esempio, in “A sangue freddo” non è riu­scito a superare), la reticenza che le per­sone hanno nel dire “io” senza prendere le distanze: quell’uomo aveva ammazzato mo­glie, figli, genitori, è stato condannato al­l’ergastolo per avere ucciso le persone di cui non poteva più reggere lo sguardo, Carrère lo ha raccontato dicendo “io”, ha cercato di capire che cosa lo toccava di quella storia e che cosa tocca, quindi, cia­scuno di noi. E’ quello che chiediamo a ogni storia, che ci parli di noi, che ci assol­va, che ci dia una spiegazione o un sollie­vo: così un grande scrittore riesce a trasfor­mare la vita in letteratura dicendo “io” an­che mentre racconta lo tsunami in Sri Lanka che l’ha solo sfiorato, e il cancro della sorella della fidanzata, e il suo lavo­ro di giudice di provincia, e i sentimenti anche di invidia che lo accompagnano in quel viaggio nella vita degli altri, in cui dentro ogni storia, anche dentro l’ombeli­co meno scintillante, come direbbe Arbasino, c’è la scintilla del mondo intero, tut­ti i volti dell’esistenza. Hèlene, la fidanza­ta di Carrère, a un certo punto ride: “Non conosco nessun altro capace di pensare che l’amicizia tra due giudici zoppi e mala­ti di cancro intenti a spulciare cause di so- vraindebitamento al tribunale di Vienna sia un soggetto d’oro. Per di più non van­no neanche a letto insieme e alla fine lei muore. Ho riassunto bene? E’ questa la sto­ria? Ho confermato: è questa”. E’ questa la storia, ed è la storia di tutti, la paura di tut­ti, il significato della vita di tutti. Anche lo strazio di ognuno. Perché c’è dentro quel­lo che fa più paura (perdere un figlio, am­malarsi, non farcela, smettere di combatte­re), ma c’è anche la nostra infelicità imma­ginaria a confronto con le vite degli altri, e che sia immaginaria non significa che pe­si meno sulla nostra vita. Ora che le vite raccontate da Carrère erano per me l’os­sessione dell’estate (a settembre uscirà in Francia il suo nuovo libro, si intitolerà “Il regno”, seicento pagine in cui Carrère rac­conterà la nascita del cristianesimo e spe­ro che lo farà con il respiro egocentrico e sincero con cui racconta i segreti della sua famiglia, e l’ossessione gelosa e distratta per la sua fidanzata, e l’idea folle di pub­blicare un racconto erotico sul Monde che avrebbe dovuto irrompere nella realtà e regalare conseguenze fantastiche, sexy e di successo, e invece ha distrutto tutto), al­lo stesso modo ogni storia d’estate diven­tava la mia storia: un amico confessava, non troppo riservato, l’avventura esaltan­te con una ragazza di qualche decennio in meno, noi con qualche decennio in più ri­devamo, brindavamo: a Giorgio, finalmen­te, sbattevamo i bicchieri con una esagera­ta euforia, ma attorno a quel tavolo e ne­gli sguardi di tutti, uomini e donne, c’era una sola domanda: e io? Io che mi sono se­parato da due anni e non ho più avuto nes­suna, e una volta sono andato a un appun­tamento di quelli presi nei gruppi online, e mi è venuta la tristezza e sono scappato via quando ho visto che lei aveva le unghie finte, e mi piace tanto lei, seduta qui ac­canto a me con i capelli bagnati e gli occhi che luccicano, ma lo so che non mi vuole. Io che non ho vent’anni ma quarantacin­que, e lui non ha mai lasciato la moglie nemmeno quando ci ha beccati ed è suc­cesso di tutto, anche di me qualcuno dirà a tavola agitando le mani che sono sconvol­gente? Io che sto attenta soltanto a che i bambini non muoiano tuffandosi dagli sco­gli e a che non mi licenzino, mi posso scan­dalizzare o devo ridere? E perché mio ma­rito non mi guarda, adesso? Dentro tutte queste vite che non sono la mia ci sono le storie degli altri, i pensieri reconditi, l’os­sessione per l’autobiografia, l’impossibi­lità di non pensare sempre: io. In “Vite che non sono la mia” Delphine ha perso per sempre Juliette, la sua bambina di quattro anni, per lo tsunami: la cosa più terribile che possa accadere, poche sere prima le si­stemava i peluche tutt’intorno al letto, le rimboccava le coperte, e adesso deve cer­care il suo corpo negli ospedali intorno. Fi­no alla fine della vita i peluche le strazieranno il cuore. Tutti pensiamo immediata­mente: e io? Se succede a me? Come fare a non odiare tutti i bambini del mondo con i loro genitori, tutti i sopravvissuti, “come non pregare: mio Dio, fai un miracolo, ren­dimi la mia, prendile il suo, fai che sia lei a provare il male che provo io e io a esse­re come lei triste di quella tristezza confor­tevole e munifica che aiuta soltanto ad as­saporare meglio la propria fortuna?”. E’ quello che ci lega gli uni agli altri, il pen­siero spontaneo e spaventoso, ombelicale forse, ma vero, lo sguardo costantemente autobiografico sulle vite che non sono le nostre. La distanza che ci separa, o le co­se che ci avvicinano, quelle che crediamo di conoscere e che invece ci sorprendono sempre per quanto sono diverse, per quan­to si ribellano al modo in cui pensiamo di tenere sotto controllo la realtà, agganciar­la all’idea che ci siamo fatti, alla versione che ci hanno raccontato e a cui desideria­mo ardentemente credere. Del resto non c’è molto altro: la tua versione, di cui so po­co o niente, e la mia versione, di cui sai po­co o niente. In mezzo tutto quello che im­maginiamo di sapere e non sappiamo. E la signora con la gonna di pelle sul treno, che dice: l’unico modo con te è prenderti a cal­ci, e ci fa pensare ai calci che non abbia­mo mai dato, a quelli presi. Con lo sguar­do costantemente rivolto all’interno, ver­so di noi anche mentre crediamo di usci­re dall’ombelico leggendo la storia di Limonov, o di Olive Kitteridge, la protagoni­sta del romanzo di Elizabeth Strout che vinse il Premio Pulitzer nel 2009. Un’inse­gnante in pensione, ingrossata negli anni, con un caratteraccio e l’implacabile istin­to di demolire quelli che le stanno accan­to, senza accorgersene, senza accorgersi nemmeno del gelato che le cola sulla ca­micetta. Si infuria con il figlio adulto per­ché non le ha fatto notare quella macchia di gelato, anzi di salsa al caramello, sulla camicetta bianca, l’ha lasciata lì a rove­sciarsi la roba addosso, come una vecchia zia incapace di mangiare senza sporcarsi. E io?, è la domanda costante. E io che ti ho cresciuto, pulito, educato, preso a sber­le anche, io che adesso sono qui per aiu­tarti, io non esisto più, nemmeno con il ca­ramello che mi cola addosso? E’ quello che chiediamo agli altri, sempre: di accor­gersi di noi. Di far combaciare la loro ver­sione con la nostra. Di lasciarci dire: io, anche mentre siamo impegnati in tutt’altro, anche mentre la vita ci porta dentro al­tri mondi. Fino a che, come succede a Oli­ve Kitteridge la burbera, guardiamo le persone che ci stanno accanto e immagi­niamo due fette di formaggio svizzero pre­mute insieme: i buchi che ciascuno ha da dare all’altro, i pezzi che la vita ti leva di dosso, e ancora il buco impossibile da riempire senza le vite che non sono la no­stra, da immaginare, avvicinare, racconta­re, per poter dire ancora una volta: io.

Un pensiero su “Annalena Benini Perché tutto parli di me

  1. Del resto non c’è molto altro: la tua versione, di cui so po­co o niente, e la mia versione, di cui sai po­co o niente. In mezzo tutto quello che im­maginiamo di sapere e non sappiamo. 
    Tu. Io
    I buchi che ciascuno ha da dare all’altro, i pezzi che la vita ti leva di dosso, e ancora il buco impossibile da riempire senza le vite che non sono la no­stra, da immaginare, avvicinare, racconta­re, per poter dire ancora una volta: io.
    Grazie. Ottimo punto di riflessione!

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