Alessandro Piperno La sapienza (un po’ zen) di Montaigne

4a75b03c84c6f0b229b295a6d7fb4571

.

Corriere della Sera – la Lettura domenica 1 giugno 2014

.

La sapienza (un po’ zen) di Montaigne

.

di Alessandro Piperno

.

Tradotte le radio lezioni di Antoine Compagnon, uno dei massimi critici francesi, sul pensatore

 .

Montaigne è il santo patrono degli scrittori confidenziali. Avete presente i cantanti confidenziali: Sinatra, Bennet, Sammy Davris Jr.? Straordinari entertainer che cantano, recitano, dicono battute e, nel frattempo, trovano anche il tempo di confessarsi. Ebbene, gli scrittori confidenziali si comportano allo stesso modo. Sto pensando a Sterne, a Diderot, al Baudelaire dei Salons, a Sainte-Beuve e, pervenire ai nostri tempi, a Bellow e Kundera. Chi tra essi non si è ispirato, più o meno esplicitamente, a Montaigne?

La sua storia è esemplare. Impegnato in politica in anni di pestilenze e guerre di religione, a un certo punto della sua vita si seppellisce nella biblioteca del suo castello per dedicarsi unicamente alla meditazione e alla lettura. È da questa vertiginosa immersione in se stesso che vengono fuori i Saggi.

Montaigne è il primo grande moralista che non conosce la sentenziosità dei suoi epigoni. Per questo lo sentiamo così affettuosamente vicino. Ci piace il tono disinvolto, lo stile blasé che lui stesso definisce «indisciplinato, scucito, audace». Non sorprende che l’anno scorso un libro di Antoine Compagnon, che raccoglieva alcune lezioni su Montaigne scritte per la radio France Inter, sia diventato un bestseller in Francia. Una quarantina di brani commentati con maestria. Prelibati assaggi (è proprio il caso di dirlo) che pongono una serie dì questioni più o meno capitali.
Antoine Compagnon è uno dei massimi critici francesi contemporanei. I suoi scritti proustiani hanno nutrito un’intera generazione di studiosi. A suo tempo, Il Demone della teoria mise ordine nel mare magnum della critica francese. I parigini sfidano le intemperie per seguire le sue lezioni al Collège de France su argomenti dotti come l’uso della preposizione «chez» nella Recherche proustiana.

I divulgatori sono pericolosi (così come, per ragioni inverse, lo sono gli ermetici oracolari); ma se c’è un autore che, a dispetto di certe schifiltosità accademiche, si presta alla diffusione parcellizzata — «In pillole», si direbbe oggi —, quello è Montaigne. E se c’è un critico che può permettersi un’operazione tanto arbitraria, beh, quello è Compagnon. Non a caso, dunque, Un’estate con Montaigne risulta un libro così felice.

Compagnon usa Montaigne in un modo non troppo diverso da quello in cui Montaigne usa i classici. Sebbene talvolta possa sembrarlo, Montaigne non è un erudito, tanto meno un pedante. Lui non chiede ai classici di essere istruito, più che altro, se ne lascia ispirare. L’uso dei classici non è passivo. È personale e arbitrario. Non sono i classici a cambiarci, siamo noi a cambiare i classici O quanto meno, a renderli conformi alle nostre esigenze. Il libro di Compagnon ha il pregio di non attualizzare Montaigne. Dopotutto, parliamo di uno scrittore del Rinascimento. Un gentiluomo scettico e conservatore. Tuttavia Compagnon mostra come la sapienza universale di Montaigne si esprima nella capacità di sospendere il giudizio e di sospettare qualsiasi verità acquisita e classificata.

È autentica la modestia di Montaigne? Bah, ne conoscete di autentiche? Come nota Giacomo Debenedetti, l’understatement di Montaigne è, anzitutto, una scelta stilistica. Compagnon, d’altra parte, rincara la dose: la modestia è un modo di alzare le mani di fronte all’inaffidabilità di qualsiasi cosa. È patetico pensare di poter esercitare un qualche controllo sulle nostre vite. E, del resto, ci è impossibile dominare le passioni. In un curioso paradosso, questa consapevolezza drammatica nelle mani esperte di Montaigne può diventare rasserenante. «I mali dell’anima, consolidandosi, tendono a occultarsi: più si è malati e meno li si avverte. Ecco perché occorre portarli spesso alla luce e, con mano impietosa, metterli a nudo e sradicarli dal nostro petto».

Sono parecchi gli inquieti, i nichilisti, i disperati che hanno cercato nei Saggi, se non proprio consolazione, almeno un’oasi di pace: da Flaubert che, in una lettera a un’amica, consiglia di leggere Montaigne come terapia, a Zweig che, durante l’esilio, elegge Montaigne a inseparabile fratello. Per non dire di Gide, per cui Montaigne è una vera ossessione. Montaigne è utile soprattutto ai tormentati, i quali forse vedono in lui il fratello maggiore che ce l’ha fatta. Uno che è riuscito a esorcizzare la morte, a farsi carico dell’insensatezza del tutto, a dare gusto all’istante in fuga. Guai a scambiare tale savoir vivre per dabbenaggine o per insipienza. Montaigne conosce i suoi nemici. Con chi ce l’ha? Compagnon non ha dubbi: «Il bersaglio polemico di Montaigne sono gli agitatori, tutti quegli apprendisti stregoni che promettono alla gente un domani migliore». Per questo «è meglio che i potenti non si prendano troppo sul serio, che non aderiscano interamente alla propria funzione, che sappiano conservare un certo senso dell’umorismo e dell’ironia». Montaigne t’invita al distacco, ma non nel modo ottuso e radicale degli stoici. Il suo distacco non esclude intimità, comprensione, edonismo, ricerca di felicità. Montaigne comprende ciò che qualsiasi nevrotico ossessivo conosce bene: che la salute spirituale sta nella parzialità, nell’assenza di completezza nella fuga dall’assoluto. «Coloro che pretendono di arrivare al fondo delle cose — scrive Compagnon sulla scorta di Montaigne — ci ingannano, perché all’uomo non è dato di conoscere il fondo delle cose. E la varietà del mondo è tale che ogni sapere è fragile e necessariamente opinabile».

Tempo fa, in un bel corsivo su «Il Foglio», Anna Maria Carpi si chiedeva come mai lei, a dispetto di tanti altri, non traesse alcuna consolazione dalla lettura di Montaigne. Un bellissimo articolo, nel quale Carpi nota giustamente come nei Saggi la disperazione sia stata semplicemente abolita, al pari di ogni slancio romantico. Per tutta risposta, sarei tentato di chiamare in causa certi passi in cui Montaigne lascia intravedere gli abissi in cui si dibatte. Ma sarebbe disonesto e fuorviante. Perché Anna Maria Carpi ha ragione: non c’è niente di più lontano da Montaigne dello slancio romantico, del perseguimento di ideali irrealizzabili. La sua coscienza è tutto fuorché infelice. Compagnon stesso scrive: «L’etica del vivere che Montaigne si prefigge è al tempo stesso un’estetica un’arte di vivere nella bellezza. Saper cogliere il momento presente diventa un modo di stare al mondo, modesto, naturale, semplicemente e pienamente umano». Una delle sentenze più famose di Montaigne recita: «Quando io ballo io ballo, quando io dormo io dormo». Come a dire, io sono qui. Dentro la cosa che faccio. Non scrivo per pubblicare. Scrivo per scrivere. Non penso per avere risposte. Penso per pensare. La nostalgia è pericolosa, l’ambizione è pericolosa. Qualcuno potrebbe prenderla come una massima zen. Ma il punto è un altro: Montaigne, a differenza degli scrittori disperati che lo veneravano, sapeva come non prendere troppo seriamente la propria disperazione.

.

cdb549038d3bf35ed3d6b1f8ce4a6317_w190_h_mw_mh

.

Antoine Compagnon Un’estate con Montaigne

Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Lorenza Di Lella Adelphi pagine 140, € 12

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...