Leon Aron Amare la vita anche “oltre la metà”

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il Foglio 18 gennaio 2014

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Leon Aron Amare la vita anche “oltre la metà”

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“Elegia” di Aleksandr Puskin, in tempi di giovanilismo. Un folgorante antidoto poetico allo scoramento di chi si sente sommerso da volti, gesti, parole scomparsi. “Vivere io voglio, per pensare e soffrire”

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Come facciamo a sapere che abbiamo veramente, realmente e irreversibilmente raggiunto “l’età di mezzo” e che, come ha detto Josif Brodskij, “siamo andati oltre la metà”, quale che sia la nostra età fisica? Sulla superficie di quale lama fredda e dura quella nozione affonda nei nostri cuori? E’ attraverso l’indurimento delle membrane delle nostre cellule sociali, che assorbono improvvisamente in modo molto più selettivo libri e musica, idee e persone? Oppure perché improvvisamente le persone morte che abbiamo conosciuto diventano ogni anno più numerose? I fatti salienti della nostra vita cadono in rovina e diventano ricordi di cui siamo custodi sempre più solitari? Sono sempre più frequenti certe mattine di penetrante tristezza, quando volti irrimediabilmente scomparsi, luoghi, parole e gesti sommergono le barche bucate delle nostre menti, ed è un miracolo se riusciamo a costringerci a lavorare? Quali che siano i sintomi, hanno bisogno di essere studiati, regolati e affrontati, e come sempre ricorriamo alla grande arte per avere compagnia e conforto, e forse anche una guida. In questa ricerca non dobbiamo trascurare un piccolo gioiello: “Elegia”, breve componimento del più grande poeta russo, Aleksandr Sergeevic Puskin (1799-1837). Personaggio chiave della moderna letteratura russa, Puskin è autore di superbi e lunghi poemi come “Il prigioniero del Caucaso”, “Gli zingari”, “La Fontana di Bachcisaraj”, “Il cavaliere di bronzo” e, naturalmente, di quel glorioso “romanzo in versi” che è l’“Evgenij Onegin”. Ci ha dato anche la prosa snella, dorata e trasparente come ambra del Baltico della “Figlia del capitano”, delle “Novelle del defunto Ivan Petrovic Belkin” e della “Dama di picche”. Ha scritto il dramma “Boris Godunov”, oltre a “Mozart e Salieri”, “Il Cavaliere avaro”, “Il Convitato di pietra” e “Un festino durante la peste”, questi ultimi quattro concentrati dal peso dell’immenso talento di Puskin nei diamanti delle “piccole tragedie” in un atto. Ma per i russi Puskin è soprattutto l’autore di brevi liriche, molte delle quali ogni russo istruito conosce a memoria, e che quasi due secoli dopo sono ancora le stelle più brillanti nel firmamento letterario russo.

Nel superbo romanzo autobiografico “Il dono” di Vladimir Nabokov, il personaggio principale “si nutre di Puskin” e “respira Puskin”. “Il lettore di Puskin espande la propria capacità polmonare”, scrive Nabokov. Scritta l’8 settembre del 1830 – l’autunno era la stagione preferita di Puskin, alla quale dedicò molte odi e durante la quale era di produttività quasi sovrumana: sdraiato a letto fino a mezzogiorno, riempiva un taccuino appoggiato sulle ginocchia – “Elegia” è stata concepita al termine del periodo di sei anni, tra il 1824 e il 1830, in cui egli scrisse le sue più belle liriche (negli anni successivi si sarebbe dedicato soprattutto alla prosa e ai racconti). Il principe Dmitry Svyatopolk-Mirsky, autore del più bel volume di storia della letteratura russa tra il X e l’inizio del XX secolo, definì queste brevi poesie “un corpo di liriche ineguagliato in russo e insuperato in ogni altra lingua”. La loro bellezza, aggiunge Svyatopolk-Mirsky, è austera e libera da metafore o da immagini convenzionali -una classica “bellezza greca” che dipende tanto da ciò che è detto quanto da ciò che non è detto, e “dalla scelta delle parole, dall’adeguatezza del ritmo e dell’intonazione” e “dalla complessa tessitura del suono – la meravigliosa ‘alliteratio puskiniana’, così sfuggente e così pervasiva”. Le due sestine (stanze di sei versi) di “Elegia” sono meticolosamente misurate e rimate. Il metro è il pentametro giambico: cinque sillabe ritmicamente sottolineate a ogni verso, con l’accento sulla seconda sillaba. Lo schema della rima è AABBCC, con rime femminili (le sillabe in rima sono le penultime del verso) alternate a quelle maschili, alla fine del verso. Nessuna delle traduzioni esistenti è in alcun modo minimamente vicina all’originale. Quindi, ecco il mio tentativo, che Nabokov avrebbe definito “lessicale”, di traduzione letterale. All’epoca trentunenne – quindi, per l’aspettativa di vita del tempo, già ben “oltre la metà” – Puskin comincia con un’impietosa analisi dell’angoscia della mezza età: “Degli anni folli la spenta allegrezza / Mi pesa come torpore dopo l’ebbrezza. / Ma come un vino – quanto più invecchia ha più forza / Nell’anima il rimpianto dell’età trascorsa. / E’ triste il mio sentiero. Predice fatica e dolore / Il mio futuro, mare in furore” (traduzione di Giovanni Giudici e Giovanna Spendei, dal “Meridiano Puskin”, Mondadori, ndr). E’ tutto? Allora la morte sarebbe benvenuta, o almeno, accettabile? Non proprio: “Ma io non voglio, o amici, morire”. Nel caso di Puskin, notoriamente temerario e coraggioso in duello, e che almeno una volta partecipò a una battaglia nel Caucaso, il desiderio di vivere è molto più della paura della morte. Segue un verso magico: “Greco”, nel senso che alla parola dà Svyatopolk-Mirsky, non solo nella sua laconica austerità ma anche nella vertiginosa profondità da oracolo: “Vivere io voglio, per pensare e soffrire”. Poi, al lettore che ancora si dispera sulla prima strofa, Puskin dona forse uno dei più folgoranti, potenti e immutabili tesori della vita, tra quelli dovuti alla penna di un poeta: “E so che per me altri piaceri verranno / Insieme a sofferenze, angoscia e affanno: / Ancora a volte mi ubriacherò di armonia, / Mi scioglierò in lacrime per una fantasia, / E forse – al mio tramonto sconsolato / Brillerà un amore col sorriso del commiato”. Nei sei anni che gli rimanevano da vivere (Puskin fu ferito mortalmente in duello nel gennaio 1837), il poeta si sarebbe di nuovo confrontato a viso aperto con la realtà della condizione umana, continuando a custodire le “benedizioni” ancora a sua (e a nostra) disposizione. “Non v’è felicità al mondo, ma pace e libertà sì”, ha scritto in “E’ tempo, mia cara, è tempo!” (1834). Soggetti al dispotismo dello zar in Russia, oppure ai capricci dell’umore della folla nelle democrazie occidentali, si può tuttavia essere capaci di “ammirare le divine bellezze della Natura e di sentire la propria anima fondersi nel bagliore dell’ispirato disegno dell’uomo” (“Da Pindemonte”, 1836). Ma non ci sarebbe mai più stata un’altra poesia come “Elegia” – così meravigliosamente piena di un concentrato di amara verità, di coraggio di affrontarla a testa alta e della speranza che l’arte, il lavoro e l’amore diano valore alla nostra vita, anche sulla china discendente. Grazie, Aleksandr Sergeevic.

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