Antonio Vitolo Oltre la mente. L’oscuro Lacan spiegato da se stesso

holbein

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il Mattino di Napoli 16 gennaio 2014

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Oltre la mente. L’oscuro Lacan spiegato da se stesso

Arrivano in Italia gli «Altri scritti»: tutti i modi per illudersi di conoscere i misteri della psiche

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Antonio Vitolo

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«Altri scritti», titolo ad un tempo minimalista e filologico per 608 attraenti, oceaniche pagine (Einaudi, 34 euro): questa – a 12 anni dalla prima edizione degli Autres écrits, per la cura francese dell’autorevole genero J. Alain Miller e quella italiana di Antonio Di Ciaccia – la summa che include due testi postumi, tra cui spicca la Nota sul bambino, vera miniera di clinica e teoria in due pagine manoscritte date da Lacan a Jenny Aubry. Eccentrico nello stile argomentativo, stupefacente per l’irresistibile scrittura barocca, creativo e insieme oscuro, il pensiero di Jacques Lacan (1901-1981) possiede un inconfondibile spessore storico, ancora bisognoso di illuminazioni, pur dopo i fondamentali saggi descrittivi ed esplicativi di Elisabeth Roudinesco, J. Alain Miller, Juan David Nasio, Thierry Simonelli, Fabrizio Palombi. Oggi a Lacan si riconosce di buon grado, per dirla con Colette Soler, la reinvenzione della scoperta freudiana, radicata nell’Umanesimo, nella psicologia, nella – neuropsichiatria. Infatti – oltre Jung, Klein, Winnicott, Bion – Lacan ha creato un sistema aperto alla matematica, alla linguistica, all’antropologia, alla letteratura.

Nel repertorio dei discorsi possibili, quasi un canone dei codici culturali, Lacan registra il discorso del maitre, padrone più che maestro, quello dell’isterica, quello dell’analista, quello dell’universitario o dello scienziato. Ecco in quattro funzioni plurisecolari la serie di ruoli e tipologie che additano l’illusione umana di conoscere il mistero naturale della psiche inconscia e di arginare l’angoscia del nulla, della morte, dello schiudersi d’un senso ultimo, superiore ad ogni pretesa di parola piena. Il maestro/padrone è prepotente, l’isterica vuole spasmodicamente quel che non sa, l’analista esplora, forticato dal saper di non sapere, l’universitario o lo scienziato inseguono avidamente fuochi spesso fatui di conoscenza. Il discorso dell’analista resta così preminente, ma solo per il travaglio incessante che segna la costituzione d’un soggetto autentico, filtro consciamente vulnerabile nell’infinita ricerca delle verità. Per primo Lacan ha raccolto l’eredità dello strutturalismo di Ferdinand de Saussure, riconoscendo in ogni parola, sulla scia della pietra miliare freudiana Costruzioni in analisi, 1937, la compresenza di significato e significante e il primato del significante, un primato assoluto, che relativizza ogni dato conosciuto. Eco possente, questa, nel laico Lacan, allievo di scuola religiosa, d’una tensione all’Altro più forte d’ogni istanza positivistica. Chiaro e incisivo l’effetto epistemico dell’antologia.

Sul versante umanistico Lituraterraelegante ouverture, privilegia James Joyce rispetto ad Allan Poe de La lettera rubata tradotta in francese da Baudelaire. Come dire che l’inconscio permanente sortisce non solo la tragicommedia «gialla» di fine ‘800, ricerca estenuante dell’invisibile, ma anche il dramma d’esordio del ‘900, ove Joyce s’avvolge alla psicosi della figlia, lui, padre schizofrenogeno, supremo artista della delirante Finnegan’s wake. Lapidaria l’asserzione lacaniana: Joyce vuol farsi donna. Sulla soglia dell’impossibile, Lacan rivela l’implicita antinomia scrittura-cancellazione che genera la creazione letteraria. Dispiegato nella dimensione storica, Lacan attinge maggiore autonomia nella lente darwiniana dei processi inconsci. Dalla scissione ogni individuo, fluttuante tra immaginario, simbolico e reale, s’affaccia al bordo dell’essenza matematica del tutto. E così apprende che la prima struttura d’identità è l’avvincente, terribile sfida dello stadio dello specchio, in cui prima della fioritura del linguaggio la consistenza della personalità infantile è fondata dall’incanto dello straniamento. Un essere tanto dipendente, qualora scampi alle sabbie mobili della psicosi, crescerà grazie alla buona introiezione della Cosa – nome heideggeriano della madre -, del Nome, del Padre. E diverrà soggetto solo se assimilerà la mancanza accanto alla presenza (con umiltà il soggetto nasce nell’oggetto a minuscolo quanto il neonato, appunto) e se non soccomberà al rischio di farsi sintomo. Il fallimento dell’individuo contemporaneo, ammonisce Lacan, è l’erosione del sentiero che porta al simbolo, la negazione o perdita del significante. Con merito, Recalcati ha connesso Lacan analista ed esteta con il Lacan politico. Lo stesso che ai contestatori studenti parigini disse «Volete un maitre, l’avrete», vedeva nel dipinto di Hans Holbein il giovane del 1533 – in cui un prelato/ambasciatore e un ambasciatore francesi campeggiano in una stanza, i cui emblemi capitali sono un teschio e la sagoma d’un Crocifìsso sullo sfondo – la centralità del credo, al limite della morte. Quel tratto ermetico ed ermeneutico iscrive Lacan nella cultura universale.

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